La Germania apre alla garanzia unica sui depositi, ma chiede la testa del debito italiano

Apertura inattesa sulla garanzia unica sui depositi da parte del ministro delle Finanze tedesco, anche se il costo per l'Italia sarebbe alto

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Garanzia unica sui depositi

Parlando in presenza del presidente dell’Eurogruppo, Paschal Donohoe, il ministro delle Finanze tedesco, Christian Lindner, ha avuto parole di sorprendente apertura da parte della Germania in merito alla garanzia unica sui depositi bancari. Si tratta del terzo pilastro della cosiddetta “unione bancaria”. Il leader dei liberali dell’FDP, notoriamente un “falco” pragmatico, si è detto interessato al successo del Recovery Fund da 750 miliardi di euro, ancor prima della discussione sulla riforma del Patto di stabilità. Ad ogni modo, ha promesso che “non sprecheremo questa crisi”, riecheggiando un’espressione di Winston Churchill.

La garanzia unica sui depositi è nota anche con l’acronimo di EDIS, che sta per “European Deposit Scheme Insurance”, proposta da anni dalla Commissione europea. Essa consiste nel garantire tutti i depositi bancari dell’Eurozona allo stesso modo, così da assicurare un mercato dei capitali realmente unico ed efficiente. Se ne discute da dopo la crisi finanziaria mondiale del 2008-’09, quando si assistette a grossi movimenti finanziari da uno stato all’altro d’Europa per la fuga dei capitali dai paesi percepiti più a rischio da parte dei risparmiatori.

Garanzia unica sui depositi, cos’è

L’Italia già garantisce tutti i depositi fino a 100.000 euro nel caso di fallimento di una banca. Il problema in sé non si porrebbe, dunque. Tuttavia, la garanzia unica sui depositi creerebbe maggiore fiducia tra gli investitori sulla tenuta del nostro sistema bancario, dato che essa si affiancherebbe allo schema di garanzia nazionale. Ed è noto quanto questi sia concretamente incapiente rispetto a possibili pagamenti necessari nel caso in cui andasse a gambe per aria una qualche banca di medie dimensioni.

Non è la prima volta che la Germania apre al completamento dell’unione bancaria, fortemente perseguito da Mario Draghi in qualità di governatore della BCE.

L’attuale cancelliere Olaf Scholz, quando era ministro delle Finanze, aveva avuto parole positive sul tema, ma proprio l’opposizione dei liberali all’opposizione e degli alleati di governo cristiano-democratici aveva impedito di passare ai fatti. Adesso, il quadro politico federale è mutato: i liberali governano insieme ai socialdemocratici e ai Verdi, mentre i conservatori sono finiti all’opposizione dopo sedici anni.

Meno BTp nelle banche italiane

Ma c’è una richiesta di Lindner, che è il solito costo che la Germania chiede di pagare agli altri paesi per ricevere il via libera sulla garanzia unica sui depositi e che interessa particolarmente l’Italia: prima bisogna risolvere il nodo delle eccessive concentrazioni di titoli di stato nazionali nei bilanci delle banche. In pratica, Berlino crede che gli istituti di credito stiano in molti casi investendo troppo sui bond sovrani emessi dagli stati in cui hanno sede. In questo modo, eccepisce che i capitali vengono dirottati a sostegno dei bilanci pubblici e a sfavore della crescita economica.

La realtà è molto più prosaica: la Germania non intende partecipare a uno schema di garanzia unica sui depositi per salvare potenzialmente una banca italiana imbottita di titoli di stato tricolori. C’è sfiducia tra i tedeschi circa la qualità dei nostri BTp e l’opinione pubblica non accetterebbe di salvare indirettamente con i propri denari il debito pubblico italiano. Due sono state prima della pandemia le proposte della Bundesbank per recidere questo legame incestuoso tra bilanci pubblici e bancari: porre un tetto alle detenzioni di bond sulla base degli attivi e/o porre fine alla valutazione “risk free” di questi asset, costringendo le banche ad accantonare capitali a copertura dei rischi di credito, similmente a quanto avviene per qualsiasi altro asset. Chiaramente, i bond con rating più bassi come i BTp richiedono coperture maggiori, cioè costi di detenzione più alti.

L’Italia non può accettare il baratto, almeno per il breve e medio termine.

Ad agosto 2021, circa 425 miliardi di euro di titoli di stato domestici erano detenuti dalle banche nazionali. Parliamo di quasi un sesto dell’intero stock del debito. E con la fine del PEPP, verranno meno dal prossimo aprile acquisti di BTp per una dozzina di miliardi di euro al mese. Le emissioni nette di debito italiano quest’anno andranno verosimilmente scoperte dalla BCE per una cinquantina di miliardi. Certo, l’accordo, se mai fosse siglato, non varrebbe oggi per domani, ma le banche italiane inizierebbero ad alleggerire i propri portafogli per prepararsi al cambio di regole. E questo in una fase rialzista dei tassi e di minore accomodamento monetario non possiamo permettercelo. Equivarrebbe a foraggiare la speculazione e lo spread.

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