La crisi del Libano somiglia sempre più a quella del Venezuela

Inflazione alle stelle, cambio ed economia al collasso, totale sfiducia nelle istituzioni. Il Libano rischia la fine del Venezuela, ma la sua salvezza passerebbe per il modello Hong Kong.

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Inflazione alle stelle, cambio ed economia al collasso, totale sfiducia nelle istituzioni. Il Libano rischia la fine del Venezuela, ma la sua salvezza passerebbe per il modello Hong Kong.

Si fa sempre più grave la crisi del Libano, esplosa già nell’autunno scorso e resa ancora più acuta dall’emergenza Coronavirus, che ha fatto implodere l’economia mondiale. La lira locale ha perso l’80% del suo valore sul mercato nero negli ultimi mesi. A fronte di un cambio ufficiale di circa 1.500 contro il dollaro, si è arrivati a pagarne 8.100 nei giorni scorsi, segno che nel paese vi sia ormai una corsa senza freni a comprare valuta americana per liberarsi di quella nazionale, giudicata carta straccia. In effetti, i prezzi al consumo accelerano la corsa di mese in mese, sfiorando il +90% annuale a giugno. Ormai, il cambio ufficiale serve a poco, dato che lo stesso stato consente ai cittadini di convertire le lire in dollari a un tasso di 3.850, pur per un piccolo ammontare. Le banche usano quest’ultimo per consentire ai clienti di ritirare i depositi in dollari, convertendoli in lire.

Nel Libano con il frigo vuoto è corsa a comprare casa

Il pil per quest’anno è atteso in caduta di circa il 10%, seguendo il -1,9% del 2018 e il -5,6% del 2019. Nel frattempo, il governo è andato in default a marzo, non essendo riuscito a onorare una scadenza da 1,2 miliardi di dollari. Il Libano risulta, infatti, il terzo stato al mondo più indebitato dopo Giappone e Grecia con un rapporto intorno al 170%. E circolano così pochi dollari, che le importazioni di beni dall’estero si fanno sempre più difficili e sugli scaffali dei supermercati da tempo scarseggia un po’ di tutto, dando vita a scene molto simili a quelle del Venezuela degli ultimi anni. La radice del problema è la stessa: il cambio fisso irrealistico, in quanto troppo forte.

La risposta alla crisi si chiama paradossalmente “dollarizzazione”. Proprio l’aggancio della lira al dollaro ha provocato danni enormi nei decenni all’economia libanese, rendendola per nulla competitiva e prosciugando le riserve della banca centrale.

Adesso, però, serve almeno che si consenta ai cittadini di scambiare lire con dollari ai tassi di mercato. Solo così si porrebbe fine alla carenza di beni diffusa, anche se ciò inevitabilmente condurrebbe a un ulteriore aumento dell’inflazione. Peraltro, il caso Venezuela ci dimostra che l’alternativa consisterebbe nell’assistere passivamente al graduale scivolamento verso l’iperinflazione, fenomeno che sarebbe già iniziato a materializzarsi nel Libano con tassi di crescita mensili dei prezzi superiori al 50%, secondo qualche stima indipendente.

Il modello Hong Kong non è vicino

Una volta che il mercato avrà trovato l’equilibrio tra domanda e offerta di dollari, la valuta americana potrebbe essere adottata ufficialmente come moneta nazionale, similmente a quanto fece l’Ecuador nel 2000. In questo modo, la stabilità dei prezzi verrebbe garantita, sebbene proprio l’esempio di Quito, in default per due volte in appena 12 anni, ci invita a porre attenzione al dopo. Servono riforme economiche e non è detto che alla lunga bastino per rilanciare la competitività dell’economia sui mercati internazionali, dipendendo i risultati in buona parte dalla forza del dollaro, sfuggente a governo e banca centrale di Beirut.

Ecco, quindi, che la soluzione ideale sarebbe il modello Hong Kong, adottando il cosiddetto “currency board”: la banca centrale si vincolerebbe a stampare moneta in quantità non superiore alle sue riserve valutarie. Di fatto, non le sarebbe più possibile inflazionare l’economia, né monetizzare i deficit del governo. Formalmente, il Libano rimarrebbe con una moneta sovrana, ma nei fatti questa sarebbe garantita dalle riserve in dollari. L’esperimento funzionerebbe sempre dietro l’attuazione di riforme economiche liberali, come l’apertura al commercio internazionale, ai capitali esteri, liberalizzazioni e solidità fiscale. Inoltre, la banca centrale dovrebbe seguire pedissequamente i tassi della Federal Reserve per mantenere il “peg”.

Purtroppo per i libanesi, questa soluzione non sembra nei radar delle loro istituzioni, dove prevalgono il settarismo religioso e il clientelismo politico spicciolo. Il primo, in particolare, sta impedendo al governo di Hassan Diab di accedere ai prestiti del Fondo Monetario Internazionale, in quanto Hezbollah e i partiti sciiti che lo sostengono si mostrano contrari a qualsivoglia riforma da varare in cambio. La situazione è più esplosiva di quanto si creda, perché il collasso di Beirut ha alimentato quello della vicina Siria e il “protettore” di entrambi – l’Iran – versa in condizioni del tutto simili, per cui non si rivela di alcuna utilità. E la Turchia, che punta a consolidarsi come potenza islamica regionale, è attraversata da una crisi finanziaria anch’essa preoccupante, pur non ai livelli libanesi. Una polveriera sul Mediterraneo.

Crisi finanziaria esplosiva alle porte d’Europa

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