In pensione con un premio fino al 3%, ma penalizzazione prima dei 61 anni di età

Chi va in pensione nel 2023, ottiene un premio del 3% sull'assegno. Resta la penalizzazione per chi lascia il lavoro prima dei 61 anni.

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In pensione con premio del 3%

Non c’è solo la maxi-rivalutazione dell’assegno per i pensionati quest’anno. Per chi andrà in pensione proprio nel biennio 2023-2024, arriva un’altra buona notizia: percepirà in partenza un assegno più alto fino al 3% rispetto a chi ha lasciato il lavoro fino al sabato scorso. Perché e chi riguarda? I lavoratori sottoposti al metodo contributivo vedono calcolato l’assegno al termine della loro carriera professionale sulla base dei contributi versati fino all’ultimo giorno e annualmente rivalutati in base all’andamento del PIL. Al cosiddetto “montante” si applicano i coefficienti di trasformazione, che altro non sono che numeretti fissati ogni due-tre anni dal governo per trasformare i contributi in pensione. Questi dipendono dall’aspettativa di vita rilevata periodicamente dall’ISTAT. La logica è che più la vita media di un italiano si allunga, minore è l’importo mensile dell’assegno a cui ha diritto. In sostanza, i coefficienti di trasformazione non fanno che “spalmare” il capitale lungo gli anni di vita residui.

Cala aspettativa di vita con pandemia

In Italia, l’ISTAT ha rilevato un calo dell’aspettativa di vita di recente a causa della pandemia. Mediamente un italiano vive circa 82 anni, pur con notevoli differenze tra uomini (80,1 anni) e donne (84,7 anni). Per effetto di questo accorciamento, chi va in pensione quest’anno può godere di coefficienti di trasformazione più alti, perché il capitale o montante contributivo accumulato andrà spalmato su una durata di vita residua più bassa.

E così, ad esempio, un lavoratore che andasse in pensione a 67 anni di età con un montante di 300.000 euro, avrebbe una rendita annuale di 17.169 euro, cioè di quasi 1.321 euro al mese per tredici mensilità all’anno.

Questo con il nuovo coefficiente del 5,723%, maggiore del 5,575% applicato nel biennio precedente. Lo stesso lavoratore con gli stessi contributi, se fosse andato in pensione fino al 31 dicembre scorso, avrebbe percepito una rendita annuale di 16.725 euro, cioè di 444 euro in meno, pari a -34,15 euro al mese per tredici mensilità all’anno. In questo caso, l’aumento ottenuto è del 2,6%.

Non sono in tanti ad andare in pensione oltre i 67 anni, ma pensate ai medici, i quali arrivano spesso e volentieri a 70 anni o oltre. Per loro il beneficio sfiora il 3%. Infatti, a 71 anni di età il coefficiente di trasformazione passa dal 6,466% al 6,655%. Sulla base dell’esempio di sopra, la rendita annuale salirebbe da 19.398 euro a 19.965 euro: +567 euro, che su base mensile fanno +43,62 euro. Ovviamente, l’INPS non sta regalando nulla. Semplicemente, purtroppo la pandemia ha ridotto il numero medio di anni di vita in Italia, così come in molti altri stati del mondo ricco. Per questo deve aumentare la rendita annuale, visto che un neo-pensionato statisticamente vivrebbe un po’ meno di qualche anno fa.

Penalizzazione sulla pensione sotto 61 anni

Secondo la logica sopra descritta, fatto 100 il montante e dividendolo per il coefficiente di trasformazione, il risultato ottenuto sarebbe pari al numero degli anni residui di vita. In realtà, il discorso è più complesso. Ad esempio, a 67 anni si ottiene un assegno annuo pari a 100 : 5,723 = circa 17,5 anni. In pratica, chi va in pensione a 67 anni riceve un importo come se vivesse fino agli 84 anni e mezzo. Chi, invece, va in pensione a 65 anni (coefficiente 5,352%), ha una copertura fino a 83,7 anni. In sostanza, più bassa l’età a cui si va in pensione e più penalizzante il calcolo. Viceversa, a 71 anni si riceve una rendita pari a un quindicesimo del montante, come se la vita media fosse di 86 anni (71 + 15), cioè 4 anni più alta di quella effettiva. Evidente la premialità garantita.

La penalizzazione scatta con altrettanta evidenza per chi va in pensione sotto i 61 anni di età. Per questa fascia di lavoratori, la rendita annuale garantita dall’INPS copre un’aspettativa di vita inferiore agli 82 anni medi rilevati dall’ISTAT.

Ad esempio, a 59 anni il coefficiente è del 4,493%, come se gli anni di vita residui fossero circa 22,3, che aggiunti all’età danno 81,3 anni. A 57 anni, il coefficiente scende al 4,27%, pari a 23,4 anni di pensione stimati. Ma aggiunti all’età, esitano 80,4 anni, oltre un anno e mezzo in meno degli 82 rilevati dall’ISTAT. Questo significa che l’INPS calcola l’assegno in maniera penalizzante sotto i 61 anni di età e premiante sopra tale soglia. Un modo per incentivare i lavoratori a ritardare il pensionamento. È come se godere di un assegno prima di una certa età comportasse il pagamento di un “interesse” a titolo di anticipazione della pensione.

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