Il Trattato del Quirinale e l’ipocrisia italo-francese sugli interessi industriali e finanziari

La firma del Trattato del Quirinale dovrebbe rafforzare le relazioni diplomatiche ed economico-finanziarie tra Italia e Francia. Sarà ardua.

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Trattato del Quirinale, una firma ipocrita

Il governo Gentiloni ne aveva avviato l’iter già nel 2017, ma con i governi Conte era arrivato lo stop. Dopo un anno di trattative, il Trattato del Quirinale è stato firmato venerdì scorso a Roma, alla presenza del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, del premier Mario Draghi e del presidente francese Emmanuel Macron. Dei suoi contenuti non si sapeva praticamente nulla fino alla vigilia, mentre adesso possediamo molti più particolari per iniziare una breve disamina.

Anzitutto, esso ricalca negli obiettivi e nelle forme il Trattato di Aquisgrana del 2019 e firmato tra Francia e Germania. In un certo senso, è come se Roma si fosse messa in pari con Parigi e Berlino nel cercare di far parte del gruppo di testa dell’Unione Europea. Per quanto anche il Trattato del Quirinale punti formalmente a rafforzare le istituzioni comunitarie, per farlo passa attraverso una cooperazione rafforzata tra Italia e Francia. I due paesi si daranno una mano l’uno con l’altro nei consessi internazionali in cui uno dei due manchi, così come rafforzeranno la collaborazione sul piano diplomatico, della sicurezza e sul fronte economico-finanziario.

Trattato del Quirinale, i precedenti tesi

Come già previsto tra Francia e Germania, almeno una volta ogni tre mesi un ministro francese parteciperà a un Consiglio dei ministri d’Italia e viceversa. Tutto molto bello, come l’intento di costruire posizioni comuni sull’immigrazione e uno scambio sul servizio civile. Ma la “ciccia” è un’altra: la reciproca tutela degli interessi industriali e finanziari. Non è un caso che il Trattato del Quirinale sia stato voluto dall’allora premier Paolo Gentiloni per risolvere in maniera strutturale dissidi come quello che portò nel 2017 la Francia a bloccare la vendita di Stx a Fincantieri.

La reazione del governo italiano fu qualche mese dopo della serie “occhio per occhio”: la francese Vivendi si trovò in minoranza al board di TIM, con la Cassa depositi e prestiti a fare asse con fondi stranieri come Elliott per rovesciare i rapporti di forza nella compagnia. Non solo: la stessa Vivendi tentò inutilmente di scalare Mediaset, vedendosi bloccata dalle autorità e persino indagata per aggiotaggio. Non si è trattato di casi isolati. Ancora oggi, il sistema industriale e finanziario francese impedisce alle aziende italiane più rilevanti di fare ingresso sul mercato transalpino. D’altra parte, parte della politica a Roma si mostra costantemente timorosa dell’eccessiva penetrazione della finanza francese nel nostro Paese, mentre un’altra parte cerca di favorirla come meglio può.

Se il Trattato del Quirinale porterà a una svolta nelle relazioni basata sulla reciprocità, solo il tempo lo dirà. Il punto è che sono le parti a poter pretendere che l’accordo venga rispettato. E mentre la Francia ha istituzioni solidissime, l’Italia è in perenne crisi politica e di credibilità internazionale. A firmare questo trattato per l’Italia è stato un tale Luigi Di Maio, in qualità di ministro degli Esteri, lo stesso che solamente tre anni fa andava in Francia a solidarizzare con i gilet gialli contro la presidenza Macron. Finché a Palazzo Chigi resta Mario Draghi, il rischio di uno sbilanciamento dei benefici a favore di Parigi è ridotto, ma prima o poi i Di Maio di turno riprenderanno le redini della nostra politica. A quel punto, saranno cavoli amari. La difesa degli interessi industriali e finanziari italiani sarebbe affidata a quaquaraquà senza arte e né parte.

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