Il taglio delle tasse che non c’è e quello impossibile del cuneo fiscale

Il governo Draghi ha approvato per il 2022 un piccolo taglio delle tasse, ma la riforma fiscale non c'è neppure stavolta.

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Il taglio delle tasse che non c'è

Sale a 8 miliardi di euro la dotazione prevista dal governo Draghi per il taglio delle tasse, 2 in più di quanto previsto alla vigilia della presentazione del Documento programmatico di bilancio. Le risorse sarebbero concentrate perlopiù o forse esclusivamente per la riduzione della terza aliquota IRPEF del 38%, quella che grava sui contribuenti con redditi lordi annui almeno tra 28.000 e 55.000 euro. Sono 7 milioni i soggetti coinvolti.

L’obiettivo del governo consiste nel favorire il ceto medio, riducendo le distanze tra la seconda aliquota del 27% e la terza, in modo da incentivare la creazione di ricchezza, il lavoro e disincentivare il sommerso e le sotto-dichiarazioni. Ogni punto in meno del 38% costa allo stato 3 miliardi di euro all’anno. Con gli 8 miliardi stanziati, bene che vada l’aliquota IRPEF scenderebbe al 35-36%. Troppo poco per parlare di riforma fiscale o anche solo di taglio delle tasse visibile.

E niente di niente in tema di taglio del cuneo fiscale. Lo invocava il PD, ma le risorse semplicemente non ci sono. Per cuneo fiscale s’intende la differenza tra ciò che paga il datore di lavoro e ciò che percepisce in busta paga il lavoratore. Essa è composta dall’IRPEF e dai contributi previdenziali. Secondo l’OCSE, incide per il 48% della busta paga di un single italiano, nettamente sopra la media del 36%. Di questo, il 16,8% è dato dall’IRPEF e il restante 31,2% dai contributi previdenziali.

Taglio delle tasse risibile e cuneo fiscale invariato

Queste cifre di per sé ci spiegano meglio di un politico perché il taglio del cuneo fiscale è destinato a restare un miraggio in Italia anche nei prossimi anni. Se per esso s’intende la riduzione dei contributi INPS, dobbiamo sapere che nel 2020 la spesa pensionistica dell’ente si è attestata a 268,5 miliardi, piuttosto stabile rispetto al 2019.

Il gettito contributo, invece, si è fermato a 225,5 miliardi, -11 miliardi sull’anno precedente. Eliminando le distorsioni provocate dalla pandemia, otteniamo che, comunque, i contributi versati da lavoratori e imprese all’INPS risultino oltre 30 miliardi più bassi della spesa per pagare le pensioni. La differenza la mette chiaramente lo stato.

Se tagliassimo i contributi a carico di lavoratori e imprese, oggi come oggi significherebbe sconquassare ulteriormente i conti dell’INPS. A quel punto, lo stato dovrebbe mettere le mani altrove per colmare il rosso, a meno di ipotizzare un taglio delle pensioni politicamente insostenibile e forse persino giuridicamente. Non resta che accontentarsi per il momento di qualche taglio alle tasse tramite IRPEF. Ma nulla di eclatante neppure su questo versante. Direte, le risorse non ci sono. Insomma. Con il documento licenziato questa settimana, scopriamo che il governo ha potenziato di 1,2 miliardi la dotazione del reddito di cittadinanza per il 2022, salita a 8,8 miliardi. Un altro miliardo andrà a mitigare i rincari delle bollette di luce e gas.

E c’è ancora la questione spinosa di quota 100, che dovrebbe essere rimpiazzata da quota 102 per il 2022 e quota 104 per il 2023. Il costo della misura sarebbe basso, ma esiste. Tra reddito di cittadinanza e misure a favore dei prepensionamenti, dedichiamo ogni anno almeno una decina di miliardi. Denaro, che se investito nel taglio delle tasse ridurrebbe in misura più consistente il carico fiscale sostenuto dai contribuenti. Non vogliamo neppure accennare alla miriade di voci di spesa del tutto opinabili, come i bonus per chicchessia. Le risorse non ci sono; o forse ci sono e i partiti non riescono ad andare oltre il loro naso. E tutto questo con l’ennesimo premier “tecnico”.

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