Il mondo ha paura di Jackson Hole, ecco perché dal mercato arrivano segnali preoccupanti

Il mercato lancia segnali preoccupanti in vista del simposio di Jackson Hole. Gli investitori temono il ritorno alla normalità.

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I mercati hanno paura

Domani, il governatore della Federal Reserve, Jerome Powell, parlerà al simposio di Jackson Hole, un appuntamento annuale per fare il punto sulla politica monetaria della principale banca centrale del pianeta. Ieri, in attesa che ciò accada il rendimento a 10 anni dell’Italia è schizzato di 10 punti base allo 0,67%, il maggiore incremento giornaliero da un anno a questa parte. Stamattina, le borse europee sono in calo, con il Dax 30 di Francoforte a -0,75% intorno alle ore 11.20.

Il mercato ha paura di Jackson Hole. Teme che Powell finirà per annunciare la svolta monetaria, ovvero il ritiro graduale degli stimoli e/o il rialzo dei tassi USA nel medio termine. Finora, il boom dei debiti sovrani e privati è stato percepito sostenibile in piena pandemia per l’accomodamento monetario estremo di tutte le principali banche centrali. Finché i tassi restano azzerati e i debiti vengono monetizzati, nessun problema.

Tuttavia, l’inflazione inizia a mordere. Negli USA, è salita al 5,4%, mai così alta dal 2008. Le catene del valore sono saltate a causa dei “lockdown”, con strozzature dell’offerta che rendono difficile per le imprese tenere testa alla pur debole domanda, per quanto quest’ultima in ripresa con l’allentamento delle restrizioni. I prezzi stanno esplodendo. Nei mesi scorsi, diverse materie prime hanno toccato i massimi storici e anche il Baltic Dry Index (BDI) va in questa direzione: +305% da inizio anno e ai massimi dal 2008. Il BDI capta i prezzi per affittare un cargo per il trasporto di merci solide.

Paura per rialzo dei tassi e fine degli stimoli monetari

Ebbene, per affittare un Panamax, ossia una nave che riesce a transitare per lo stretto di Panama, servono ormai 34.615 dollari al giorno.

Questo significa che i costi di trasporto stanno impennandosi, ripercuotendosi sui prezzi delle merci importate. Del resto, che molti beni e servizi costino ben più di anche solo qualche mese fa è sensazione comune. Chi è andato o ancora si trova in vacanza nel nostro Paese, sa che affittare una camera d’albergo o un semplice B&B è diventato oneroso, in qualche caso proibitivo.

Possono le banche centrali continuare ad ignorare quanto sopra? Questa è la domanda che gli investitori stanno iniziando a porsi seriamente. Va bene la tolleranza di tassi d’inflazione più alti del target, ma non di livelli tali da minacciare la stabilità dei prezzi e mettere a repentaglio la reputazione degli stessi istituti. Ma questo vuol dire una cosa molto semplice: le magagne lasciate in eredità dalla pandemia si vedrebbero molto presto. Gli stati iper-indebitati non potrebbero più rifinanziarsi a costi semi-nulli e le loro finanze rischierebbero di andare a gambe per aria. Lo stesso dicasi per le imprese dalla struttura finanziaria fragile.

Si sapeva sin dall’inizio che si sarebbe arrivati prima o poi a questo punto, ma i mercati hanno calciato il barattolo, scontando stimoli sempre più duraturi e forse anche la volontà di governi e banche centrali di “cancellare” con qualche escamotage tecnico almeno i debiti contratti a causa della pandemia. Ora che si avvicina l’ora X, inizia a diffondersi la paura che ci siamo tutti fatti un film che non esiste.

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