Il crollo del petrolio è una buona e cattiva notizia allo stesso tempo

Il prezzo del petrolio è sceso ai minimi da inizio dicembre e segna -20% dai massimi di ottobre. Ecco cosa ci segnala sull'economia mondiale.

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Il crollo del petrolio

Brutta caduta ieri per il prezzo del petrolio, sceso fin sotto i 68 dollari al barile. Rispetto ai massimi degli ultimi tre anni, toccati in ottobre a 85 dollari, segna un crollo del 20%. Di fatto, il mercato del greggio è entrato nella fase orso. A scatenare le vendite sono state tre notizie concomitanti: l’affossamento del piano Biden da 1.750 miliardi di dollari a sostegno dei più poveri e di un’economia green; la diffusione della variante Omicron in Europa con annesse richiusure; il taglio dei tassi cinesi da 3,85% a 3,80%.

Anzitutto, lo stop al “Build Back Better” da parte di un senatore democratico riduce il sostegno all’economia americana e “raffredda” le previsioni relative alla domanda di materie prime. La quarta ondata di Covid, poi, sta minacciando l’entità e la velocità del rimbalzo del PIL globale dopo la fase acuta della pandemia. Infine, che la Banca Popolare Cinese abbia avvertito l’esigenza di tagliare il costo del denaro, pur in misura marginale, accende i fari sulle difficoltà della seconda economia mondiale.

Petrolio giù, ma +40% più caro quest’anno

Le stesse borse non l’hanno presa bene ieri. Il crollo del petrolio è la spia di qualcosa che sta andando per il verso sbagliato nelle ultime settimane. Tuttavia, non è da considerarsi affatto come una notizia solamente negativa. Per prima cosa, attenuerà la spirale rialzista dei prezzi al consumo, riducendo la perdita del potere d’acquisto delle famiglie. E a sua volta, ciò frenerebbe la corsa delle banche centrali a tagliare gli acquisti dei bond e ad alzare i tassi contro l’alta inflazione.

Ai prezzi e al cambio euro-dollaro di ieri, un barile di petrolio a noi consumatori dell’Eurozona ci costava poco meno di 60 euro contro i circa 42,50 euro di inizio anno.

A conti fatti, il rincaro resta superiore al 40%, sostenuto dalla debolezza della moneta unica. L’oro continua a sostare sotto 1.800 dollari l’oncia, in calo di oltre il 5% da inizio anno. Tuttavia, guadagna sui 35 dollari da metà dicembre, segno che la tensione sui mercati stia salendo, non tanto di una corsa agli acquisti dettata dalla paura per l’inflazione. I metalli industriali, infine, perdono il 10% dai massimi di metà ottobre, pur segnando +27% quest’anno. Sembra che la bolla delle materie prime si stia sgonfiando, aderendo alla realtà.

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