Dove va il cambio euro-dollaro dopo il dato sull’inflazione americana?

L'inflazione negli USA è salita ai massimi dal 1982 e questo dato, unitamente ad altri fattori europei, inciderà sul cambio euro-dollaro.

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Cambio euro-dollaro

Bisogna tornare indietro al 1982 per trovare un dato più alto sull’inflazione americana, salita nel mese di novembre al 6,8% su base annua e dello 0,8% su ottobre. Il giorno prima, il Dipartimento del Lavoro USA trovava che le richieste settimanali del sussidio di disoccupazione fossero scese a 184.000 unità, ai minimi dal 1969. Tutti elementi che vanno a comporre un puzzle piuttosto positivo per l’economia americana e con inevitabili influenze sul cambio euro-dollaro.

L’insieme di questi dati quasi certamente spingerà la Federal Reserve ad accelerare il taglio degli acquisti di bond al board di prossima settimana. A programma concluso, ci sarà il primo rialzo dei tassi, verosimilmente entro i prossimi sei mesi. Il mercato si aspetta oramai tre rialzi da 0,25% ciascuno nel corso del 2022. Praticamente, tra un anno il costo del denaro negli USA sarebbe nel range 0,75-1%.

Il cambio euro-dollaro dopo la pubblicazione del dato sull’inflazione americana non si è indebolito ulteriormente, né lo hanno fatto i Treasuries.

La notizia era scontata e, anzi, c’è chi temeva dati ancora peggiori. D’altro canto il quadro si mostra debole per il cross valutario da qui ai prossimi mesi. Il nuovo cancelliere tedesco Olaf Scholz, socialdemocratico, non farà certo pressione sulla BCE per ottenere un rialzo dei tassi quanto prima. Anzi, le nuove restrizioni anti-Covid in vista per il Natale procrastinano il clima di emergenza sanitaria ed economica nel cuore dell’Eurozona.

Cambio euro-dollaro debole anche nei prossimi mesi

A giorni, poi, dovrà nominare il nuovo governatore della Bundesbank dopo le dimissioni a sorpresa di Jens Weidmann. Probabile che la scelta ricada su Isabel Schnabel, già consigliere esecutivo del board di Francoforte e che, pur nominata dal governo Merkel, si sta distinguendo per toni concilianti con le posizioni maggioritarie del board.

Ad esempio, pochi giorni fa si è spesa in difesa della politica monetaria sin qui delineata, sostenendo la necessità di continuare ad acquistare bond senza alzare i tassi d’interesse. Insomma, con una Bundesbank meno “falco” verrebbero meno le pressioni interne alla BCE per il varo di una stretta monetaria quanto prima.

Possibile anche che Scholz decida di lasciare Schnabel nel suo ruolo attuale e di procedere a una nomina propria per la Bundesbank. E in quel caso, vorrà certamente lasciare la sua impronta sulla prima banca centrale d’Europa. Per queste ragioni, ci aspettiamo che la divergenza monetaria tra USA ed Eurozona si amplierà nei prossimi mesi, ragione per la quale il cambio euro-dollaro resterà debole e finanche potrebbe scivolare sotto 1,10. Ciò avverrebbe a maggior ragione nel caso i contagi nell’area restassero elevati durante le prossime settimane.

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