Governo giallo-verde, premier e ministri a cui i mercati guarderanno per dare un giudizio

I mercati stanno prendendosi una pausa in Italia, volendo capire prima chi saranno il premier e i ministri-chiave del prossimo governo. Ecco le qualità richieste e i possibili nomi.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
I mercati stanno prendendosi una pausa in Italia, volendo capire prima chi saranno il premier e i ministri-chiave del prossimo governo. Ecco le qualità richieste e i possibili nomi.

Si allenta la tensione sui BTp, con lo spread a 10 anni tornato in area 130 punti base, quando giovedì scorso risultava salito a ridosso dei 140 bp. Pur restando ai massimi da quasi due mesi, il differenziale di rendimento tra i nostri titoli di stato e quelli tedeschi si restringe. I mercati finanziari stanno cercando di capire chi dovrà mettere nero su bianco il programma concordato tra Lega e Movimento 5 Stelle, che comprende l’abrogazione della legge Fornero, l’abbattimento delle tasse con una quasi “flat tax” sui redditi dichiarati e il reddito di cittadinanza, oltre che la promessa di sventare le clausole di salvaguardia da 12,5 miliardi, che altrimenti scatterebbero dall’anno prossimo.

La preoccupazione è viva sui costi di tali misure: servirebbe una super-manovra da svariate decine di miliardi per tradurre in fatti le promesse. Avverrà trovando le giuste coperture (e quali?) o si agirà sul deficit, quando già deteniamo il secondo rapporto debito/pil più alto in Europa dopo la Grecia? Gli interrogativi non potranno che essere sciolti con i mesi, quando il governo si sarà insediato e opererà concretamente. Non saranno secondarie la presenza di questo o quel ministro in un determinato dicastero e, soprattutto, la figura del premier.

Proprio su quest’ultima esisterebbe già l’intesa, che verrà svelata tra stasera e domani. In corsa vi sarebbero sin troppi nomi. Quasi inutile stare dietro a tutti i rumors. A leggere le prime pagine dei giornali, ci si perde in una ridda di ipotesi e quasi certezze, salvo essere smentite pochi minuti dopo. Sembra assodato che a Palazzo Chigi non vi andranno né Matteo Salvini e né Luigi Di Maio. Il nome terzo sarà una figura politica, pur con spessore di equilibrio. E allora si va da Giulio Sapelli in quota Lega a Roberto Fraccaro per l’M5S, passando per il leghista Giancarlo Giorgetti, mentre tendiamo ad escludere che si sia trovata una convergenza su Giulio Tremonti, ex ministro dell’Economia dei governi Berlusconi, che pur non essendo apertamente inviso ai 5 Stelle, sarebbe percepito come una figura politicamente forte e persino ingombrante.

Tremonti premier metterà d’accordo Salvini e Di Maio?

I ruoli chiave e le qualità richieste

Quali caratteristiche dovrebbe possedere il prossimo premier? Dovrebbe da un lato segnalare di essere capace di rappresentare le istanze della maggioranza, altrimenti sarebbe percepito politicamente debole, ma al contempo mostrarsi rassicurante verso la sostenibilità delle politiche fiscali e realistico nei confronti della Commissione europea e delle altre istituzioni comunitarie. Su questo piano, Tremonti si giocherebbe ottime carte. Ma, ripetiamo, non pare possa essere lui credibilmente il prossimo inquilino di Palazzo Chigi.

E il ministro dell’Economia? Figura decisiva per gestire le finanze statali e tradurre in atti le misure concordate. Giancarlo Giorgetti sarebbe in pole position per il caso in cui non diventasse premier. Autorevole, equilibrato e con solidi rapporti con le forze parlamentari dell’opposizione, il suo nome non risulterebbe sgradito né ai mercati, né alle cancellerie europee. Una scure per la credibilità dell’esecutivo si avrebbe, invece, con la nomina del compagno di partito, Claudio Borghi, economista euro-scettico e dalle idee alquanto controcorrente su debito e finanze. Dubitiamo fortemente che il presidente Sergio Mattarella possa avallarne la nomina, se fosse proposta da Matteo Salvini.

Allo Sviluppo economico dovrebbe andare un uomo vicino al Carroccio, non fosse altro perché trattasi del ministero che avrebbe una parola decisiva su eventuali tentativi di scalata ai danni di Mediaset, di proprietà di Silvio Berlusconi. Con un grillino alla guida, Forza Italia farebbe opposizione dura e questo avrebbe conseguenze drammatiche sulla coalizione di centro-destra. Meglio, quindi, per lo stesso M5S rinunciarvi, pur di ottenere quella opposizione “benevola” a cui accennava nei giorni scorsi il governatore ligure, Giovanni Toti. Qui, torna in pista l’economista Borghi, se non altro il suo nome sarebbe meno indigesto per questa casella, seppure ugualmente un pessimo segnale per i mercati. Tra i dossier che il successore di Carlo Calenda troverà sulla scrivania, quelli su Alitalia, Ilva, TIM e, appunto, Mediaset. Non si potrebbe rischiare di lanciare un segnale di chiusura ai capitali stranieri con la nomina di un ministro sfacciatamente “sovranista”. Serve un uomo pragmatico, cosa che ci porta ad escludere anche il nome di Alberto Bagnai, in effetti dato come possibile ministro dell’Istruzione.

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Esteri e Lavoro altri ministeri da seguire

Anche gli Esteri e le Politiche europee si riveleranno ministeri cruciali per valutare la direzione che intende imprimere il prossimo governo alle relazioni con il resto del mondo. Servirà per il primo una figura atlantista e per questo non sarebbero elevate le probabilità di un qualche esponente leghista, mentre probabile la nomina di un “tecnico”, come la diplomatica Elisabetta Belloni, in auge fino al mercoledì scorso per formare il nuovo governo “neutrale”. E per l’Europa dovrebbe andare una figura dialogante, per quanto difficilmente ne avremmo una europeista tout court.

Infine, il Lavoro. Si parla di Luigi Di Maio, nel caso in cui anche Salvini entrasse nel governo, puntando al Viminale. Ministero delicato per il capitolo Jobs Act e la gestione delle trattative con i sindacati, nonché per farsi un’idea della linea che il governo vorrebbe attuare rispetto al mercato del lavoro. Nelle ultime settimane, i messaggi arrivati dal leader pentastellato sono stati rassicuranti. Tuttavia, anche in chiave politica appare difficile credere che un Di Maio alla guida del dicastero possa avallare la continuità con le scelte dei precedenti governi in tema di flessibilità dell’occupazione. Dopo tutto, egli aveva promesso in campagna elettorale di reintrodurre l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori per le imprese sopra i 15 dipendenti. Certo, governare è un’altra cosa, ma da qui a trasformarsi in un paladino della flessibilità sembra dura.

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Argomenti: Politica, Politica italiana