Flat tax, come funziona il taglio delle tasse concordato tra Salvini e Di Maio e perché sarebbe uno shock utile all’Italia

Forte taglio delle tasse con solo due aliquote Irpef. Ecco come funziona la "flat tax" rivista della Lega e su cui il Movimento 5 Stelle darà il suo benestare.

di Giuseppe Timpone, pubblicato il
Forte taglio delle tasse con solo due aliquote Irpef. Ecco come funziona la

Il programma di governo è quasi del tutto pronto. Oggi, i rappresentanti di Lega e Movimento 5 Stelle saliranno dal presidente Sergio Mattarella per esporlo, anche se non risulta ancora noto il nome del premier che verrà indicato, anche perché le due parti continuano a trattare. Tra i punti salienti di questo programma troviamo il capitolo dedicato alle tasse. E gli sherpa di Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno dovuto trovare un punto di accordo sulla proposta elettorale del primo, la “flat tax” o tassa piatta. Emergerebbe che non si avrebbe una vera tassa piatta, nel senso che l’aliquota Irpef che il prossimo governo s’impegnerebbe a introdurre non sarebbe una sola, prevedendosene 2 e 4 scaglioni di reddito ai fini delle detrazioni/deduzioni fiscali. Vediamo di capirci meglio.

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Salvini propone dalla fine del 2015 un’aliquota unica del 15% su tutti i redditi dichiarati e superiori a una “no tax area” di 8.000 euro. Nell’impostazione concordata con Di Maio, le aliquote sarebbero, invece, 2. Si tratterebbe comunque di una rivoluzione rispetto alle attuali 5. La prima del 15% scatterebbe dagli 8.000 euro lordi (ma si parla anche di abbassarla a 7.000 euro), sostanzialmente lasciando immutata la “no tax area”, fino a 80.000 euro di reddito lordo all’anno. La seconda del 20% graverebbe sui redditi superiori agli 80.000 euro annui. Non è finita. Per rendere l’imposta un po’ più progressiva, nonché per andare incontro anche alle ragioni dei pentastellati e di chi nutre dubbi di costituzionalità, si agirebbe anche sul fronte delle deduzioni fiscali, che si sommerebbero alle detrazioni personali. Ricordiamo che per deduzione fiscale intendiamo un abbattimento del reddito imponibile. Con la riforma, quasi scomparirebbero le detrazioni ammesse, restando solo per gli interessi sui mutui e per le ristrutturazioni immobiliari già consentite. Insomma, aliquote molto più basse, ma anche fine della giungla degli incentivi.

Come funzionerebbe il taglio delle tasse di Salvini-Di Maio

I redditi fino ai 35.000 euro godrebbero di una deduzione fissa di 3.000 euro per ogni familiare a carico, mentre tra i 35.000 e i 50.000 euro sarebbe beneficiata solo in relazione ai familiari a carico sprovvisti di reddito. Nessuna deduzione ammessa, invece, al di sopra dei 50.000 euro. Facciamo un esempio concreto: un single guadagna 30.000 euro di reddito. Oggi pagherebbe 5.880 euro di Irpef, immaginando che non abbia diritto ad alcuna detrazione per spese varie riconosciute. Con la flat tax, si ritroverebbe a pagare 2.850 con la “no tax area” a 8.000 euro, 3.000 euro se scendesse a 7.000 euro. Il risparmio d’imposta sarebbe, quindi, di circa 3.000 euro all’anno, 250 euro al mese.

Il beneficio chiaramente si rafforza con l’aumento dei redditi. Prendiamo un contribuente single fortunato, che dichiari 100.000 euro. Oggi pagherebbe di Irpef 34.330 euro, con la flat tax dovrebbe versare non oltre 15.000 euro, anche se resta da verificare se la “no tax area” continuerebbe ad essere applicata anche per i redditi medio-alti. Il risparmio ammonterebbe a oltre la metà, pari a più di 19.000 euro. Per i redditi fino a 15.000 euro sarebbe prevista, infine, una clausola di salvaguardia, simile a quella che venne introdotta nel 2003 dal governo Berlusconi: le famiglie potranno scegliere se avvalersi del vecchio regime fiscale, nel caso consentisse loro di pagare meno tasse.

Quanto costerebbe la riforma fiscale alle casse dello stato? Le stime divergono da analista ad analista. Da fonti vicine alla Lega, pare confermate anche dalle stime del Corriere della Sera, l’ammanco per il Tesoro sarebbe di 63 miliardi di euro all’anno, pari a circa il 3,6% del pil atteso nel 2018. Tanti soldi. Però, la misura si ripagherebbe parzialmente da sola. Per effetto dell’aumento dei consumi (i soldi in più rimasti nelle tasche dei contribuenti sarebbero almeno in parte spesi), si prevede che lo stato incassi 37 miliardi di maggiore IVA. Dunque, il costo netto scenderebbe a 26 miliardi, l’1,5% del pil, comunque sempre tanti. E c’è un problema: non è tecnicamente possibile salire al Quirinale, sostenendo che il taglio delle tasse sia coperto parzialmente dall’aumento del gettito conseguente ai maggiori consumi o al miglioramento, in generale, dell’economia italiana. Il presidente Mattarella non potrebbe firmare la legge e sul punto ha avvertito qualche giorno fa, quando ha ricordato che Luigi Einaudi rimandò indietro due leggi per mancanza di coperture, quando al governo c’era allora la Dc.

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Abbattere le tasse è la vera cura shock che serve all’Italia

E anche le coperture temporanee indicate dalla Lega non potrebbero essere prese in considerazione sul piano formale, visto che il taglio delle tasse sarebbe duraturo. Il Carroccio ambisce a introdurre una sorta di condono tombale sulle liti fiscali tra contribuenti e amministrazione finanziaria, con i primi ad impegnarsi a pagare subito tra il 6% e il 20% delle somme oggetto della contesa. In pratica, l’Agenzia delle Entrate mi chiede 10.000 euro per tasse arretrate, gliele pago solo 600 euro e la chiudo qui. Secondo i calcoli dei leghisti, si dovrebbero recuperare 50 miliardi, quasi il 3% del pil. Il problema, dicevamo, sta nel fatto che si tratterebbe di un’entrata una tantum.

Sulla flat tax, o meglio, sull’abbattimento deciso della pressione fiscale, vale la pena perderci qualche giorno in più e scommetterci sul serio. Se c’è una cura di cui l’Italia avrebbe bisogno per uscire fuori dalla stagnazione secolare, questa è la terapia shock sulle tasse. Bisogna trasformare l’Italia dal paese delle alte tasse a un paese delle tasse leggere. Un contribuente che risparmiasse decine di migliaia di euro di Irpef non terrebbe nel cassetto tale somma, ma la utilizzerebbe per consumare di più o per investire nella sua attività o sui mercati finanziari, vivacizzando i consumi, gli investimenti, azioni e obbligazioni. Ne deriverebbero la creazione di nuovi posti di lavoro, la risalita del pil, più entrate fiscali, discesa del rapporto tra debito e pil.

Passare da una mentalità tassaiola a una liberale sul fisco non sarà un’impresa facile, aldilà del problema certamente serio delle coperture. E’ troppo radicato in Italia il pensiero di chi ritiene che i redditi più alti debbano essere spremuti fino all’inverosimile, vuoi per un malinteso senso di giustizia sociale, vuoi per una diffusa invidia nei confronti di chi riesce e fa, che sembra risalire nei secoli. Se Salvini e Di Maio si accordassero su una mezza flat tax, i benefici sarebbero immediati e duraturi. I capitali, anziché fuggire per i timori legati ai programmi dei due partiti populisti, tornerebbero a fluire copiosi in un’economia dove si pagherebbe appena un quinto del reddito personale lordo. Serve tenere il punto e non annacquare per l’ennesima volta un’impostazione giusta, fin troppo disattesa negli ultimi 20 anni, quando la famosa “rivoluzione liberale” è rimasta lettera morta. Partendo proprio dalle tasse.

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