Ecco come l’inflazione USA entrerà nelle nostre case

L'inflazione negli USA è risalita ai massimi da 13 anni, prospettando conseguenze macroeconomiche pesanti anche per l'Europa

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Inflazione USA al 5,4% a settembre

Nessun rallentamento, anzi l’inflazione americana di settembre è risalita ai livelli di giugno e luglio, cioè ai massimi da 13 anni a questa parte. I prezzi al consumo hanno fatto un balzo del 5,4% su base annua e dello 0,4% mensile. Il dato si colloca un po’ sopra le aspettative del mercato e conferma la sensazione che l’inflazione sia tutt’altro che un fenomeno strettamente transitorio. Parola, quest’ultima, bandita dal vocabolario dello staff di Raphael Bostic, governatore della Federal Reserve di Atlanta.

In un video girato in questi giorni, il banchiere centrale si è presentato ironicamente con un salvadanaio, affermando che per ogni volta che uno dei suoi uomini userà il termine “transitoria” per riferirsi all’inflazione, dovrà mettervi un dollaro. E avendo pronunciato tale termine durante la dichiarazione, egli stesso vi ha depositato il suo dollaro. Un modo brillante per segnalare al mercato che parte del board ritiene che l’aumento dei prezzi negli USA sia destinato a durare per un periodo non breve, pur essendo conseguenza del Covid.

Il target d’inflazione della FED è del 2%, lo stesso della BCE. Per quanto il governatore Jerome Powell abbia rassicurato che tollererà livelli superiori all’obiettivo per compensare i periodi d’inflazione sotto di esso, non appare più accettabile che l’istituto ignori a lungo quanto stia succedendo. Di fatto, ormai il target è stato superato del 170%. Troppo per non rischiare di perdere il controllo della stabilità dei prezzi. E così, la principale società di derivati, CME Group, stima che un primo rialzo dei tassi USA avverrà tra luglio e settembre dell’anno prossimo e un secondo nel resto dell’anno.

L’inflazione minaccia il cambio euro-dollaro

Dunque, la FED starebbe per avviare il “tapering”, cioè il taglio degli acquisti di bond, per il momento fissati ancora a 120 miliardi di dollari al mese.

Il processo durerebbe sei mesi, al termine del quale il costo del denaro sarebbe ritoccato all’insù. Cambiamenti, che si ripercuoteranno inevitabilmente sulla stessa Eurozona. Il rialzo dei tassi americani rafforzerà il dollaro contro l’euro e per tale via i flussi dei capitali si sposteranno dall’unione monetaria agli USA. Ciò porterebbe alla lievitazione anche dei rendimenti sovrani e corporate europei e all’accelerazione dell’inflazione importata, a causa dell’euro debole.

Per reagire a questa prospettiva, anche la BCE dovrà mutare i suoi piani, anche perché l’inflazione nell’Eurozona stessa si colloca ormai nettamente sopra il target, al 3,4% a settembre. Verosimilmente, l’istituto dovrà avviare un taglio più marcato degli acquisti di bond con il PEPP e potenziare meno di quanto sinora ventilato il “quantitative easing” dopo la cessazione del primo. Per tale via, avremmo un costo del denaro più alto, ma almeno un’inflazione auspicabilmente più bassa.

Ad ogni modo, le famiglie dell’Eurozona percepiranno il cambiamento. Nel primo scenario, subirebbero rincari dei prezzi ancora maggiori e tassi d’interessi più alti per ricevere denaro in prestito dalle banche. Nel secondo, i rincari sarebbero limitati o del tutto neutralizzati, ma il costo del denaro aumenterà in misura più decisa. Ad esserne colpiti sarebbero consumi di beni durevoli e investimenti.

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