Debito pubblico italiano, ecco tre numeri che ci offrono sollievo

Malgrado il boom del debito pubblico con la pandemia, i rischi ad esso associati paradossalmente sembrano diminuire. Lo dicono i numeri.

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I numeri dell'ottimismo sul debito pubblico italiano

Il debito pubblico italiano salirà con ogni probabilità sopra i 2.700 miliardi di euro alla fine di quest’anno. Era a 2.410 miliardi a fine 2019, prima della pandemia. Evidente il grosso contraccolpo inferto dal Covid ai nostri conti pubblici. Il rapporto debito/PIL si porterà al 160% dal 135% di due anni fa. Cifre che fanno tremare i polsi, ma che vanno inquadrati in un contesto più ampio per capirne l’effettiva portata. Il boom c’è stato ed è in corso un po’ in tutti gli stati. Francia e Spagna hanno superato il 120%, mentre la media dell’Eurozona si è portata sopra il 100%.

Non c’entra, però, il detto “mal comune, mezzo gaudio”. Il debito pubblico di uno stato fa paura quando si teme per la sua sostenibilità. Invece, i numeri dicono l’esatto contrario. Secondo il Rendistato della Banca d’Italia, a luglio il rendimento medio lordo dei titoli di stato sul mercato secondario è sceso allo 0,354%. La media dei primi 7 mesi dell’anno è stata, quindi, dello 0,40%. Nel frattempo, il costo medio lordo ponderato del debito pubblico all’emissione è crollato dallo 0,59% del 2020 allo 0,17% di giugno 2021.

Se indebitarsi costa sempre di meno, la durata dei bond in circolazione continua ad allungarsi, pur di poco. Siamo saliti dai 6,95 anni di fine 2020 ai 7,11 anni di giugno 2021. Questo significa che la massa dei BTp da rinnovare alla scadenza tende ad abbassarsi, ceteris paribus. E questi dati vanno confrontati con la spesa per interessi sborsata dall’Italia l’anno scorso, pari a circa 65 miliardi di euro. In rapporto al debito pubblico, è stata di poco inferiore al 2,4%. In altre parole, nel 2020 il debito pubblico mediamente ci è costato il 2,4%, molto di più di quanto attualmente ci costi emetterne di nuovo.

Debito pubblico su e spesa per interessi giù

Dove sta la differenza? La spesa per interessi è relativa anche ai titoli di stato emessi anche molti anni fa a costi ben maggiori. Paradossalmente, questo deve confortarci. A meno che non torneremo ad emettere debito a un costo medio pari o superiore al 2,4%, la spesa per interessi tenderà a contrarsi in rapporto al PIL e allo stesso debito. Chiaramente, serve tenere sotto controllo anche la dinamica debito/PIL, altrimenti da un lato i costi si riducono e dall’altro risalgono. Ora, dovete sapere che il costo di emissione del debito pubblico italiano si attesta sotto il 2,4% ormai dal 2012. E dal 2008, solamente per due anni è stato superiore ad esso.

In altre parole, dovremmo puntare a stabilizzare perlomeno il rapporto debito/PIL e, anche scontando un drastico rialzo dei tassi, non saliremo facilmente a un tasso implicito pari o superiore alla media attuale. E ciò ci porta a sperare credibilmente che la spesa per interessi, malgrado tutto, continui a scendere ancora per anni. A titolo di esempio, se emettessimo BTp ai rendimenti medi di luglio ancora per tutti gli anni futuri e smettessimo di fare deficit, la spesa per interessi tenderebbe negli anni a una decina di miliardi di euro o poco più. Risparmieremmo oltre 50 miliardi, il 3% del PIL pre-Covid, con tanto di bilancio in pareggio e potenzialmente in attivo.

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