Pesce fresco e congelato, l’Egitto vieta le esportazioni e l’Italia deve importarlo

La crisi del pesce in Egitto spinge il governo a imporre dazi sulle esportazioni, mentre l'Italia e il resto d'Europa non ne hanno a sufficienza per i loro consumi interni.

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La crisi del pesce in Egitto spinge il governo a imporre dazi sulle esportazioni, mentre l'Italia e il resto d'Europa non ne hanno a sufficienza per i loro consumi interni.

La fine del cambio fisso tra lira egiziana e dollaro sta provocando una serie di conseguenze abbastanza sensibili per la popolazione in Egitto, dove a marzo l’inflazione è esplosa su base annua al 30,9%, colpendo la capacità di spesa delle famiglie. La situazione è diventata così preoccupante, che il presidente Abdel Fattah al-Sisi ha disposto qualche giorno fa il divieto di esportazione di pesce fresco e congelato.

La misura è stata assunta a causa del boom dei prezzi interni, seguiti all’impennata delle esportazioni. Al Sisi, nell’introdurre l’embargo temporaneo dalla durata non ancora precisata, ha fornito alcune cifre: nell’intero 2016, l’Egitto ha esportato 40.000 tonnellate di pesce, mentre nei soli primi tre mesi dell’anno ben 120.000. Numeri molto diversi, in verità, da quelli snocciolati dal Ministero del Commercio de Il Cairo, che parla di 48.000 tonnellate nel 2016 e di 14.00 nel primo trimestre 2017, rispettivamente.

In ogni caso, l’aumento delle esportazioni c’è, tanto che il ministro Tarek Kabil ha annunciato l’introduzione di un dazio di 12.000 lire egiziane per tonnellate di pesce venduto all’estero, pari a circa 600 euro/t. E sempre in aprile, il governo egiziano ha imposto un dazio di 3.000 lire su ogni tonnellate di zucchero esportato, riscontrando per questo bene lo stesso problema. (Leggi anche: Crisi Egitto, segni carenza di cibo)

Italia già rimasta senza pesce

Che cosa sta accadendo è facile da intuire. A inizio novembre, la banca centrale egiziana ha dovuto abbandonare il cambio fisso contro il dollaro, che era stato portato nei mesi precedenti a 8,8. Da allora, la lira si è svalutata di oltre il 50% e il cambio con il dollaro si attesta adesso intorno a 18. Il crollo rende molto a buon mercato i beni prodotti in Egitto, come il pesce, appunto. Da qui, il boom delle esportazioni e dei prezzi interni, data la minore offerta disponibile.

D’altra parte, l’Europa è a corto di pesce. Il Wwf ha indicato nell’1 aprile scorso la data della cosiddetta fine dell’indipendenza ittica dell’Italia. Da quel giorno, infatti, non disporremmo di pesce per i consumi nazionali e ci troviamo costretti a importarlo in toto dall’estero.

Per la Germania, la data del Fish Dependence Day scatta domani, per la Spagna il 9 maggio e per l’Europa nel suo insieme dal 9 luglio. (Leggi anche: Lira egiziana svalutata, 5 mesi dopo)

Pesce egiziano più allettante per mercato ittico europeo

Che cosa significa? L’Italia è costretta a importare circa i due terzi del pesce che consuma. In pochi anni, i consumi nazionali sono passati da 16 a 25 kg a testa all’anno, mentre si stima che il 93% degli stock ittici nel Mediterraneo sarebbe sovra-sfruttato. In verità, spiega il Wwf, ci sarebbe pesce a sufficienza, ma i consumatori italiani e quelli del resto d’Europa si concentrano per il 42% su sole sei specie, scartando le altre disponibili. Non sappiamo in quali quantità l’Europa importi pesce dall’Egitto, ma di certo tra carenza di offerta da un lato e prezzi (in lire egiziane) dimezzatisi in pochi mesi dall’altro, è diventato molto più appetibile di pochi mesi fa.

 

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