Dall’inflazione alla recessione, ecco perché i governi saranno costretti ad accettare il calo del PIL

Il boom dell'inflazione costringe i governi ad accettare lo scenario di una recessione momentanea per contenere il carovita

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Inflazione e conto corrente

Le previsioni di Confesercenti sull’economia italiana sono terrificanti e la cattiva notizia è che non sembrano neppure le peggiori possibili. Quest’anno, il PIL crescerebbe solamente dell’1,2% e non del 3,7% atteso in precedenza. E l’inflazione si spingerebbe all’8%. Il boom dei prezzi farebbe crollare la crescita dei consumi da 61,5 a soli 20,2 miliardi di euro. In pratica, quasi i due terzi della minore crescita economica sarebbero dovuti proprio ai più bassi consumi delle famiglie.

Lo spettro della recessione non è più lontano come sembrava solamente a metà febbraio. La guerra ucraina è stata quella goccia che sta facendo traboccare il vaso. Goldman Sachs stima adesso che le probabilità che l’economia americana entri in recessione l’anno prossimo sono salite al 20-35%. Risultano ancora basse, ma in nettissima crescita.

La recessione sarebbe conseguenza dello stop di molte attività produttive per il caro bollette. Molte aziende di piccole e medie dimensioni stanno preferendo fermarsi, anziché rischiare di produrre in perdita.

In Italia, parliamo di acciaierie, cartiere e persino del distretto della ceramica di Sassuolo, nel modenese. E nel breve termine, questa paralisi rischia di accentuare l’inflazione, colpendo l’offerta di beni e innalzando i prezzi dei pochi disponibili rimasti sul mercato.

L’impatto dell’inflazione sul mercato del lavoro

Ma la recessione potrebbe diventare la soluzione obbligata di governi e banche centrali per non perdere il controllo dell’inflazione. Se l’economia arretra, la domanda si “raffredda” e con essa anche i prezzi delle materie prime e dei beni di consumo. C’è anche una conseguenza indesiderabile di questa inflazione. Le imprese non stanno alzando i prezzi per aumentare i profitti, semmai per mantenerli almeno inalterati o per non produrre in perdita. Ad essere esplosi sono i loro costi di produzione. I lavoratori reclamano giustamente aumenti degli stipendi, ma le imprese non sono nelle condizioni di concederglieli.

Di fatto, gli stipendi stanno diminuendo in termini reali. Questo rende l’occupazione meno appetibile. Immaginate di essere inoccupati o disoccupati e vi venga offerto un posto di lavoro per 1.200 euro al mese, con un’inflazione salita all’8%. Un anno fa, il loro valore reale sarebbe stato di quasi 100 euro in più. O l’anno scorso avreste accettato lo stesso stipendio per 1.100 euro o quest’anno rinunciate e aspettate una proposta migliore. E ciò accade a maggior ragione se le aspettative d’inflazione rimanessero “calde”, cioè se i lavoratori temessero rincari futuri in linea con quelli attuali.

Dunque, l’inflazione così alta minaccia i livelli di occupazione, oltre che il potere d’acquisto. La recessione sarebbe dietro l’angolo e le banche centrali dovranno ridurne le aspettative per evitare di dover intervenire più in là, magari rischiando una recessione ben più dura. I governi non gradiranno, dato che per il prossimo futuro dovrebbero fronteggiare carovita e calo del PIL. Ma l’alternativa sarebbe una corsa incontrollata dei prezzi e conseguenti disordini sociali.

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