Conto corrente sopra 100.000 euro, quali rischi e una domanda: possono chiudermelo se cointestato?

Il conto corrente non è più l'oasi in cui il risparmiatore può ripararsi dai rischi finanziari. Vediamo perché.

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Conto corrente sopra 100.000 euro, quali rischi

Continua a far discutere la comunicazione di Fineco ai clienti sulla possibile chiusura del conto corrente per giacenze superiori ai 100.000 euro. Ciò potrà avvenire nel caso in cui il titolare non abbia contratto alcun finanziamento con la banca, né investito in un prodotto di risparmio gestito. Fineco ha giustificato la decisione con i costi accusati per via della politica monetaria ultra-espansiva della BCE. Poiché questa da anni impone tassi negativi sull’eccesso di liquidità delle banche, il conto corrente eccessivamente gonfio finisce ormai per gravare sui margini.

Chiediamoci quando e quali rischi si corrono nel portare i propri risparmi in banca. Chiariamo un dato: Fineco ha scelto di avvalersi della facoltà di chiudere ogni conto corrente sopra i 100.000 euro, ma non è detto che le concorrenti ne seguano l’esempio. E qualora lo facessero, non è certo da quale livello partirebbero per imporre l’eventuale chiusura. In teoria, una banca potrebbe scegliere valori più alti o più bassi. Non confondiamo, come stiamo per spiegare, la garanzia sui depositi fino a 100.000 euro. Parliamo di tutt’altra roba.

Cosa accadrebbe al conto corrente cointestato

In effetti, nella lettera inviata da Fineco non si fa accenno al conto corrente cointestato. Perché vi diciamo questo? Il Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) garantisce i primi 100.000 euro di ciascun titolare. Esempio: Mario e Tiziana sono sposati e hanno un conto corrente cointestato di 250.000 euro. Ad essere tutelati dal rischio bancarotta saranno i primi 200.000 euro, cioè 100.000 euro per ciascun titolare. Le eventuali perdite graverebbero sui 50.000 euro eccedenti tale limite.

Ma nel caso di Fineco e di possibili future decisioni simili, siamo nell’ambito dei rapporti tra privati, pur disciplinati dal Testo Unico Bancario.

La co-intestazione non rileva ai fini della chiusura, perché l’obiettivo della banca risiede nel contrastare le alte giacenze, ormai divenute onerose per i propri margini. Ma il conto corrente troppo gonfio potrebbe anche essere oggetto più semplicemente di commissioni ad hoc. BPER, BNL e Unicredit stanno tutti puntando su questa strada, con ogni probabilità sopra i 100.000 euro. Nel caso di BPER, la stangata riguarderebbe le giacenze di imprese e partite IVA superiori a tale somma. Invece, Banco BPM vorrebbe imporre una commissione di giacenza proporzionata al conto corrente.

Già in Svizzera da qualche anno si assiste ai tassi negativi girati sui conti correnti, ma generalmente per giacenze molto elevate, anche di qualche milione di franchi. E il prelievo forzoso? Un’ipotesi che gira sempre in Italia, ma che appare obiettivamente remota. Vi è il precedente del luglio 1992, quando l’allora governo Amato stangò ogni conto corrente dello 0,6%. Nel caso in cui l’operazione venisse ripetuta, la soglia dei 100.000 euro non rileverebbe, così come non rivelò ai tempi (in lire). Questo, perché i primi 100.000 euro sono tutelati dai casi di crac della banca, non anche da possibili misure fiscali decise dallo stato.

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