Come la Germania è diventata una macchina da guerra sul fronte esportazioni nell’euro

Le esportazioni tedesche restano altissime anche nel 2018 e segnano un boom pauroso con l'ingresso della Germania nell'euro. Ecco i punti di forza.

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Le esportazioni tedesche restano altissime anche nel 2018 e segnano un boom pauroso con l'ingresso della Germania nell'euro. Ecco i punti di forza.

L’economia tedesca rallenta, anzi rischia la recessione, sebbene non sia riuscita a schivarla sul piano industriale con il secondo trimestre consecutivo di produzione in calo. Per quest’anno, le stime degli analisti convergono nel prevedere una crescita del pil pari o inferiore all’1%. E alla luce degli ultimi dati proprio sul fronte manifatturiero, perla del sistema economico teutonico, probabile che si renda necessaria una ulteriore revisione al ribasso entro i prossimi mesi.

Indubbia resta, però, la solidità della Germania, che non a caso viene definitiva “locomotiva d’Europa”, più per segnalarne il carattere imponente dell’economia che non di effettivo traino per il resto del Vecchio Continente. In effetti, i tedeschi vendono e non acquistano i loro beni al resto del mondo, partner europei compresi. Parliamo chiaramente di saldi netti, perché nel 2018 hanno esportato all’estero beni e servizi per un controvalore di 1.317,9 miliardi di euro, importandone per 1.090 miliardi. La bilancia commerciale ha così chiuso ancora una volta in forte attivo per quasi 228 miliardi, circa 24 in meno rispetto al 2017, ma che fanno comunque il 6,7% del pil.

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Sappiamo quanto questi numeri siano momento di tensione costante tra Berlino e resto d’Europa, visto che lo stesso Patto di stabilità fissa al 6% del pil la media massima triennale che si dovrebbe registrare per l’avanzo commerciale, suggerendo alle economie dell’euro di eventualmente provvedere a ridurlo nel caso di sforamento. Non si tratta, però, di un vero e proprio obbligo e, in ogni caso, i tedeschi ribattono che non possono farci niente se sono così competitivi. Sul piano macro-economico, per cercare di ridurre il surplus si dovrebbe tentare la carta della politica fiscale espansiva: tagliando le tasse o aumentando la spesa pubblica, i tedeschi avrebbero più redditi da consumare e importerebbero di più, contribuendo a sostenere le altre economie dell’area.

Ad ogni modo, in 20 anni di euro il bilancio per la Germania può dirsi più che positivo.

La crescita economica media nel periodo è stata tutt’altro che entusiasmante, pari all’1,5%, riflettendo anni piuttosto difficili agli inizi del Duemila, quando Berlino veniva additata come “il malato d’Europa”. Tuttavia, è interessante verificare come le esportazioni nette siano più che raddoppiate rispetto al pil e che il valore totale esportato su base annua sia salito al 39% dal 24% del pil. Nel frattempo, le importazioni sono anch’esse aumentate, ma a un ritmo più contenuto, passando dal 21% a poco più del 32% del pil. Il grado di interscambio commerciale, la somma tra import ed export, è lievitato così dal 45% al 71% del pil, cioè ben oltre i due terzi dell’economia tedesca sono legati al resto del mondo. Capite benissimo perché il governo federale sia preoccupato dai dazi di Trump e dalle tendenze protezionistiche in auge anche nel resto d’Europa.

I fattori di forza dell’export tedesco

Ma com’è stato possibile trasformarsi in una macchina da guerra dell’export, un Panzer senza sosta che macina vendite verso ogni angolo del mondo? Il successo del Made in Germany dipende dalla qualità dei prodotti, avanzati sul piano tecnologico e piuttosto affidabili, che si tratti di auto, prodotti chimico-farmaceutici, elettrodomestici, meccanica di precisione o elettronica di consumo. Non secondario, però, appare il fattore prezzo. Si guardi all’inflazione tedesca, che in era euro si è attestata a una media annua dell’1,4% contro l’1,7% dell’Eurozona e il 2% degli USA. In altre parole, i prezzi in Germania sono cresciuti complessivamente di oltre 7 punti in meno rispetto ai partner dell’euro e di 18 rispetto all’America.

Il resto lo ha fatto certamente anche il cambio, perché l’euro si è rivelato essere una moneta più debole del marco tedesco, per cui i tedeschi hanno prodotto mediamente a prezzi più bassi e grazie anche a una valuta favorevole hanno amplificato l’effetto convenienza. Viceversa, le imprese americane hanno registrato un’inflazione domestica maggiore, che non ha trovato sfogo in un dollaro più debole, se non a tratti. Rispetto a poco più di 20 anni fa, ad esempio, il biglietto verde scambia mediamente al 10% più forte contro le altre valute, ma agli inizi del Duemila segnava fino a +40%.

Naturale che debba essere la domanda interna a trainare la crescita americana, come segnala la bilancia commerciale cronicamente in forte passivo.

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Attenzione, però, alla facile equazione tra esportazioni a basso costo e salari anch’essi bassi. In 20 anni, lo stipendio orario nel settore manifatturiero in Germania è cresciuto del 56% e mediamente anche lo stipendio di un tedesco ha segnato un simile rialzo. Negli USA, si è registrato il +60% nello stesso periodo, mentre nella UE si è arrivati al +70%, ma nella media delle economie del G7 non si è andati oltre il 50%. E tenendo conto il fattore inflazione, possiamo affermare che i salari tedeschi risultino essere cresciuti con l’euro in linea con quelli americani e un paio di punti in più della media europea. Se la produttività del lavoro in Germania è aumentata meno degli USA (+50%), quel 33% messo a segno in 20 anni risulta pur sempre superiore al 23% medio nella UE.

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