Anche le “colombe” diventano “falchi” alla BCE sui tassi d’interesse contro l’inflazione

La lotta all'inflazione spinge persino le "colombe" della BCE a diventare "falchi" sull'innalzamento dei tassi d'interesse.

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Tassi BCE, lotta all'inflazione prima di tutto

Sono anche fresche le polemiche dell’Italia contro l’aumento dei tassi d’interesse da parte della Banca Centrale Europea (BCE). Il governo Meloni non ha digerito le ultime misure annunciate dal governatore Christine Lagarde e diversi suoi ministri hanno alzato il livello dello scontro con la francese. Tuttavia, la battaglia contro l’inflazione nell’Eurozona prosegue senza grossi dubbi in seno al board. Questa settimana, sono arrivate due dichiarazioni a favore della prosecuzione della stretta monetaria da parte di esponenti annoverati tradizionalmente tra le “colombe”. La più importante è arrivata dal vice-governatore Luis de Guindos, secondo cui il rialzo dei tassi da 50 punti base o 0,50% sarà “la normalità” anche per il prossimo futuro.

Anche colombe contro inflazione

Alla domanda su quale possa essere il punto di arrivo, lo spagnolo ha ammesso di non averne francamente idea. Si è limitato ad affermare che gli effetti delle misure sin qui adottate si vedranno prossimamente, ma che contro l’inflazione servirà fare di più.

E poi c’è stato niente di meno che Yanis Stournaras, governatore della Grecia, convinto che ci saranno e serviranno ulteriori aumenti dei tassi.

In un certo senso, il segnale arrivato dalla BCE è stato chiaro: le polemiche stanno a zero, tutto il board concorda sulla necessità di combattere l’inflazione. Tutti o quasi. Dal consigliere esecutivo italiano Fabio Panetta non è arrivato un endorsement vero e proprio alla strategia di Francoforte fino ad ora. L’Italia è il paese che più teme per la stretta, anche perché è quello che più la sta subendo. La Grecia, il cui debito è per tre quarti contratto con creditori pubblici europei, può permettersi di appoggiare la stretta senza grosse remore.

Soccorso BCE con TPI

Le polemiche, però, non fanno bene all’Italia in prospettiva. In primis, perché prestano il fianco a chi sui mercati nutre già dubbi sulla sostenibilità del nostro debito pubblico. Secondariamente, perché deteriorano le relazioni con l’unica istituzione capace di aiutarci in una condizione di emergenza. Se i rendimenti italiani prendessero il volo insieme allo spread, la BCE potrebbe attivare il TPI, noto anche come scudo anti-spread. Si tratta di un piano fortemente condizionato, temporaneo e non illimitato. Ad ogni modo, questo passa il convento.

L’attivazione del TPI spetterebbe al board, cioè agli stessi governatori e consiglieri esecutivi attaccati a testa bassa da alcuni esponenti della maggioranza di governo in Italia. Rischiamo nel migliore dei casi di alienarci le simpatie di coloro che dovrebbero decidere se acquistare BTp per ridurre lo spread. Finirebbero a farci le pulci, dilatando i tempi di azione e, soprattutto, innervosendo i mercati. Questi potrebbero iniziare a scontare l’assenza tempestiva di un eventuale paracadute nel caso di necessità, pretendendo rendimenti più alti per i titoli di stato italiani.

Dunque, serve che ci mettiamo in testa che con la BCE non si litiga, per quanto la critica sia in sé sempre legittima. È un fatto di opportunità. Conviene anche seguire i suggerimenti dell’istituto, secondo cui la politica fiscale in questa fase deve consistere in aiuti a famiglie e imprese contro la crisi energetica, purché “temporanei, mirati e limitati”. L’avvertimento è chiaro: ignorarli significa rendere meno probabile l’eventuale soccorso tramite il TPI.

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