La possibile cattiva sorpresa in arrivo dagli Stati Uniti per l’economia europea

La crescita negli Stati Uniti resta solida, ma all'orizzonte esistono nubi con possibili implicazioni negative per l'economia europea.

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Economia europea, rischi dagli USA

Gli Stati Uniti continuano a mostrarsi in uno stato di grazia. Malgrado i timori di recessione che si rincorrono da mesi, l’economia cresce, la disoccupazione resta ai minimi da oltre mezzo secolo e l’inflazione scende. Meglio di così sembra difficile immaginare. Al contrario, l’economia europea può solo sperare per il momento di schivare la recessione e lotta ancora con un’inflazione da poco scesa sotto la doppia cifra. Per non parlare della crisi energetica, affievolitasi in apparenza solo grazie al clima invernale straordinariamente mite. Eppure inizia a diffondersi più di un dato preoccupante per l’economia americana. A novembre, il tasso di risparmio personale è stato al 2,4%, in rialzo dal minimo storico del 2,3%, ma pur sempre in crollo verticale dall’oltre 9% dei mesi pre-Covid. Il risparmio netto privato è sceso ai livelli minimi dalla fine del 2013, vale a dire ai 1.366,70 miliardi di dollari al 30 giugno 2022. In un anno, -1.370 miliardi.

Sembra, cioè, che le famiglie americane stiano continuando a spendere, ma attingendo ai risparmi e indebitandosi ulteriormente. I loro debiti sono saliti a 18.844 miliardi, segnando una crescita di 2.600 miliardi rispetto al periodo pre-Covid. Qualcosa come +10% del PIL. Non è un problema secondario, dato che il 70% del PIL negli Stati Uniti è formato dai consumi delle famiglie. E questi si reggono sull’indebitamento, che a sua volta è stato per molti anni sorretto dai bassissimi tassi d’interesse. Ma la Federal Reserve li sta alzando per combattere l’alta inflazione. Di conseguenza, i tassi sui mutui a 30 anni sono esplosi fino al 7,08% a novembre. Questa settimana, risultano al 6,33%, comunque quasi il doppio del 3,45% di un anno fa.

Economia europea dipendente da export

E di fatti gli interessi sborsati dalle famiglie sono saliti al 9,75% del reddito disponibile medio, ai massimi dal primo trimestre del 2020.

D’altra parte, ad indebolirsi sono proprio i redditi delle famiglie, che stanno crescendo meno dell’inflazione. Naturale che prima o poi gli americani consumino di meno. E questo non sarebbe un problema solamente per gli Stati Uniti, bensì anche per l’economia europea. L’Unione Europea matura annualmente un avanzo commerciale nell’ordine di oltre 200 miliardi di dollari con gli States. Siamo a quasi l’1,5% del PIL dell’area. Significa che le nostre imprese esportano grazie alla spesa a debito effettuata dagli americani.

Il punto è che la FED si trova al bivio. Se continua ad alzare i tassi, rischia di far crollare le basi su cui si regge l’economia americana. Se smette di alzarli, rischia di prolungare l’agonia dell’inflazione. E a sua volta, essa picconerebbe i redditi e gli stessi consumi. Praticamente, questi risultano sotto stress in qualsiasi scenario. Responsabilità di una politica economica per troppo tempo impostata a Washington sul connubio tra ampi stimoli fiscali e monetari. Lo stato federale spende molto e tassa poco. Così, aiuta l’economia americana sostenendone consumi e investimenti. E la FED tiene i tassi bassi per rendere possibile che nessuno paghi il conto. Ma poiché i pasti gratis non esistono, alla fine qualcuno dovrà pure pagare. E saranno gli stessi beneficiari di pranzi e cene a sbafo per troppi anni.

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