Cambio euro-dollaro ai massimi da sei mesi e anche l’oro rialza la testa

Dopo il dato sull'inflazione americana il cambio euro-dollaro è risalito ai livelli più alti da giugno. Lo stesso dicasi per l'oro.

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Ci sono buone notizie sul fronte valutario e, come vedremo, si riflettono positivamente sull’economia nel suo complesso. Il cambio euro-dollaro questa settimana è salito fino a 1,067 dopo la pubblicazione del dato sull’inflazione americana a novembre. Essendo risultata inferiore alle aspettative, il mercato ha iniziato a scontare il fatto che la Federal Reserve alzerà i tassi d’interesse meno intensamente nei prossimi mesi. E la forza del dollaro sta venendo meno. Dall’apice contro le principali valute mondiali toccato a fine settembre, perde la media di oltre il 9%.

Per contro il cambio euro-dollaro si è portato ai massimi da sei mesi. Era arrivato a sprofondare a 0,95 due mesi e mezzo fa. Il recupero è senz’altro una buona notizia per la BCE, chiamata oggi a decidere le sue prossime mosse di politica monetaria per arrestare la corsa dell’inflazione. Pur essendo ancora giù di oltre il 6% quest’anno, una moneta unica più forte riduce i costi dei beni importati.

Questo dovrebbe aiutare l’istituto a riportare la stabilità dei prezzi nell’Eurozona.

A fianco all’apprezzamento del cambio euro-dollaro c’è la contestuale risalita dell’oro, le cui quotazioni si sono riportate anch’esse ai livelli di giugno. Dopo il dato sull’inflazione USA, schizzavano sopra 1.820 dollari. Un trend non casuale: l’oro si apprezza quando il dollaro s’indebolisce e viceversa. La brutta notizia è che lo stesso sta accadendo con il petrolio, i cui prezzi nelle ultime sedute si mostrano sorretti proprio dal dollaro più debole.

Rischi da veloce risalita del cambio euro-dollaro

Insomma, alla fine bisognerà soppesare benefici e costi. A ogni modo, un cambio euro-dollaro nuovamente ben al di sopra della parità è positivo.

Esso sottolinea che il mercato nutre aspettative meno buie dei mesi scorsi sull’economia dell’Eurozona. E, come detto, può contribuire a convincere la BCE a varare qualche rialzo dei tassi in meno, man mano che i dati sull’inflazione segnalassero la fine della fase di crescita acuta per i prezzi.

C’è, però, una versione meno piacevole della storia. Più di un analista nota come l’apprezzamento del cambio euro-dollaro, principale cross valutario del pianeta, possa rivelarsi un boomerang. Con il tempo, esso finirà per aumentare il costo delle importazioni per le imprese americane. Il rischio sarebbe di prezzi al consumo in risalita. E in previsione di ciò, la FED potrebbe mostrarsi più riluttante del previsto nei mesi prossimi a cessare la stretta. Del resto, se il dollaro si riportasse ai livelli di inizio anno, dovrebbe perdere ancora un altro 7,5%.

Infine, le esportazioni dell’Eurozona potrebbero contrarsi, aggravando la condizione delle bilance commerciali nazionali, passate in profondo rosso con l’esplosione dei costi dell’energia importata. E non sarebbe indolore in una fase in cui la domanda domestica poco può fare per sorreggere la crescita, pressata da caro bollette e politiche fiscali sempre meno espansive.

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