E se il vero bene rifugio fosse l’arte contemporanea? I numeri parlano chiaro: meglio di oro e azioni

L'arte contemporanea potrebbe essere davvero un "safe asset" per battere l'inflazione e ottenere rendimenti reali significativamente positivi. Lo dicono i dati.

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Arte contemporanea quale bene rifugio

Vi sentite minacciati dal ritorno dell’inflazione e siete alla ricerca di un bene rifugio per proteggere il vostro capitale? Sarebbe il caso di aprire le orecchie e ascoltare quello che hanno da dire i numeri. Negli ultimi decenni, nessun asset ha fatto meglio dell’arte contemporanea. Secondo Citi Global Art Market, i dipinti hanno reso la media del 14% all’anno dal 1995 al 2020. A confronto, il 9% rimediato dall’indice S&P 500 nello stesso periodo non entusiasma più di tanto. E neppure l’oro ha fatto così bene come siamo portati a immaginare: in 25 anni al 31 dicembre scorso, il suo rendimento medio annuo è stato del 6,5%. E in dollari USA.

Dunque, arte contemporanea bene rifugio redditizio. Non solo, esso sarebbe anche molto meno volatile. Un’opera può considerarsi di arte contemporanea se creata dal 1945 in avanti. Ebbene, prendendo quell’anno come riferimento il mercato avrebbe registrato un calo dei prezzi solamente nel 4% del tempo, cioè per poco più di 3 anni. Le azioni americane, invece, hanno ripiegato nel 24% del tempo, l’oro in ben il 40%.

Certo, un dipinto di arte contemporanea comporta un problema di liquidità, che generalmente non ha un asset azionario o l’oro. Parliamo della difficoltà di trovare domanda immediata all’occorrenza. E la ragione fondamentale è una: i prezzi possono essere proibitivi. Capite bene che una cosa sia acquistare un’azione a 10 dollari e rivenderla anche a 100 dollari dopo poco tempo, un’altra monetizzare un quadro stimato, ad esempio, in 1 milione di dollari. Difficilmente troveremmo dietro la porta un acquirente, anche perché portare l’offerta a conoscenza del mercato sarebbe complicato.

Come acquistare opere d’arte

Le vendite di opere d’arte avvengono solitamente nelle case d’asta.

Qui, non solo si può beneficiare della massima professionalità dell’intermediario nel pubblicizzare l’offerta e trovare potenziali acquirenti. Questi ultimi, qualora lo volessero, avrebbero modo di rimanere anonimi, come perlopiù avviene nei casi di opere battute a cifre stratosferiche. Per fortuna, la liquidità di questo mercato è sempre più sostenuta dalla “tokenizzazione”, cioè sfruttando il “blockchain”, la tecnologia sottesa ai Bitcoin.

In pratica, è ormai possibile acquistare non già un intero dipinto, bensì una sua porzione grazie proprio al token emesso. Se vogliamo dirla brutalmente, è come quando si acquista una multiproprietà a prezzi ragionevoli, ma chiaramente risultando titolari dell’immobile per una sua frazione temporale nel corso dell’anno. Grazie a ciò che si definisce “Non fungible token” (NFT), si ha la possibilità di investire un capitale anche modesto in un bene rifugio storicamente molto redditizio.

Se non siete avvezzi alle tecnologie o non vi fidate di tale modalità, esiste il più tradizionale acquisto tramite un fondo d’investimento dedicato. In gergo, si chiamano “art fund” e non sono altro che fondi ordinari, i quali si caratterizzano per impiegare la liquidità dei clienti nelle opere d’arte. Ne esistono svariati, tra cui The Fine Art Fund Group, Artemundi Global Fund e Liquid Rarity Exchange.

Arte bene rifugio con rischi

Certo, anche investire in opere d’arte comporta l’assunzione di rischi. Anzitutto, esse sono soggette a furti, danneggiamenti e al mercato del falso. Per tutelarsi contro i malintenzionati esiste la possibilità di assicurarsi contraendo una polizza, ma chiaramente ciò ha un costo. Inoltre, non tutte le opere di arte contemporanea faranno con certezza fortuna. Pertanto, acquistando ci esporremmo anche al rischio di avere investito in modo fallimentare. Ma va da sé che questo si corre per qualsiasi asset.

All’inizio di maggio, la casa d’asta Christie’s, con sede a Londra, ha battuto una tela di Basquiat del 1983 dal nome “In questo caso” per la cifra monstre di 81 milioni di dollari. La cifra è salita a 93,1 milioni con le commissioni. Ad acquistare è stato un investitore anonimo, al termine di 6 minuti di rialzi. Nel 2017, un altro dipinto dell’artista, “Senza titolo”, fu venduto a un miliardario giapponese per 110,5 milioni. Nel 1984, una coppia di collezionisti lo aveva pagato 19.000 dollari. Nei 33 anni di possesso, i due maturarono un rendimento medio lordo annuo del 25%. Ma se parliamo di record, dobbiamo parlare del Salvator Mundi di Leonardo Da Vinci, venduto nel 2013 per 450 milioni di dollari e acquistato dall’attuale principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, allora 27-enne e sconosciuto al mondo.

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