Banche italiane fedeli allo stato, tengono a bilancio i titoli del debito

Le banche italiane non tradiscono lo stato. A bilancio mantengono tutti i titoli del debito pubblico, malgrado le perdite di questi mesi.

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Banche italiane e titoli del debito

Il 2023 sarà un anno particolarmente impegnato per lo stato, chiamato ad emettere titoli del debito pubblico per un controvalore di circa 500 miliardi di euro. Sempre che l’economia non peggiori e che le risorse stanziate contro il caro bollette non si riveleranno insufficienti. Fondamentale sarà mantenere alta la fiducia del mercato, specie adesso che la Banca Centrale Europea (BCE) ha annunciato che non rifinanzierà tutti i bond in scadenza. A partire da marzo, lo farà per 15 miliardi di euro in meno ogni mese. Il rapporto con le banche domestiche sarà più importante che mai. Stando ai numeri pubblicati dall’Associazione bancaria italiana (ABI), esse detenevano alla fine di ottobre titoli del debito pubblico per 391,8 miliardi di euro.

Alla fine dello scorso anno, erano 391 miliardi i BTp in pancia alle stesse banche italiane. Questo significa che il sistema ha fatto quadrato attorno al nostro debito pubblico in una delle fasi più complicate degli ultimi dieci anni.

D’altra parte, le emissioni di debito pubblico sono aumentate. Pertanto, la quota di titoli di stato detenuta dalle banche è passata dal 17,5% al 17%. Una lieve flessione, che comunque conferma quanto appena scritto sopra.

Le banche non vendono BTp per due ragioni: le alternative sarebbero peggiori e man mano che i titoli arrivano a scadenza, trovano conveniente rifinanziare lo stato a tassi allettanti. Pensate, solo per fare un esempio, che l’erogazione di un mutuo nel mese di novembre è avvenuta in media a un tasso d’interesse del 3,02%. Quest’anno, il rialzo è stato dell’1,62%. Praticamente, i nuovi mutui alle banche rendono più del doppio della fine del 2021. Analogo il discorso sui prestiti alle imprese, passati dall’1,18% al 3,11%.

Banche puntano sui BTp per convenienza

Ma sempre nel mese di novembre, il rendimento medio ponderato dei titoli di stato italiani superava il 3,50%. In parole povere, prestare soldi allo stato italiano rende di più a fronte di un’assunzione di rischio molto minore. Viceversa, l’aumento dei tassi e il deterioramento dell’economia domestica stanno facendo già salire, pur ancora di poco, i crediti andati in sofferenza. L’unico problema che avrebbero le banche con l’acquisto dei BTp non sarebbe certo legato al credito, quanto alla volatilità dei prezzi nel caso di disinvestimento anticipato.

E’ l’interesse (anche nel senso letterale) a smuovere le banche e ad indurle a non recidere il rapporto con i BTp. Tra l’altro, gran parte dei titoli è iscritta a bilancio per essere mantenuta fino alla scadenza. Ciò evita agli istituti di doversi assoggettare alla regola del “mark-to-market”, ovvero di registrare perdite virtuali sulla maggior parte dei bond sovrani in portafoglio. E volete mettere l’influenza che assegna loro nei confronti dei governi di turno l’essere in una posizione creditizia?

Ma non bisogna illudersi che le copiose emissioni dei prossimi mesi possano essere coperte facendo ulteriore affidamento alle banche. L’Europa ha sospeso la sua strigliata pre-Covid agli istituti, affinché recidano il rapporto con i bilanci statali. La Bundesbank ha preteso e ottenuto negli anni passati il varo di una bozza di riforma da parte dell’authority bancaria, secondo la quale le banche dovranno limitare le esposizioni ai titoli di stato domestici. Le modalità tecniche potranno essere diverse, ma il motivo è lo stesso: i governi non possono pensare di fare debiti da vendere principalmente al sistema bancario. Questo “incesto” rischia di alimentare un “doom loop” potenzialmente devastante con la normalizzazione monetaria in corso.

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