L’Arabia Saudita vuole incassare altri $50 miliardi grazie al petrolio a 100 dollari

Il petrolio vicino ai 100 dollari spinge l'Arabia Saudita a ipotizzare una seconda vendita di azioni Aramco per 50 miliardi.

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Petrolio a 100 dollari

Complici le tensioni internazionali, il petrolio si trova a un soffio dal tornare a 100 dollari al barile. Le quotazioni stamane si aggirano intorno ai 94 dollari per il Brent. Per i paesi consumatori è un grosso problema, non certo per gli esportatori. L’Arabia Saudita è il principale tra questi, con esportazioni giornaliere intorno ai 6,5 milioni di barili, malgrado il maxi-taglio della produzione deciso dal regno insieme ai partner dell’OPEC Plus con l’arrivo della pandemia.

Adesso, però, il trend è cambiato. Il prezzo del petrolio è tornato a salire drasticamente e velocemente da inizio 2021 e già si trova ai massimi dal 2014. Da quell’anno non ha più toccato i 100 dollari. Potrebbe essere questione di tempo prima che torni a superare tale soglia. E così, l’Arabia Saudita starebbe meditando di vendere nuove azioni Aramco per un controvalore di 50 miliardi di dollari. Sarebbe l’operazione più grande di sempre sui mercati finanziari di tutto il mondo.

Ai prezzi attuali al Tadawul di Riad, equivarrebbe a privatizzare un’altra tranche del 2,5% del capitale.

Petrolio a 100 dollari e consolidamento fiscale

Alla fine del 2019, a distanza di tre anni e mezzo dall’annuncio mondiale, il regno tenne un’IPO per complessivi 29,4 miliardi di dollari, la più grande di sempre. Attraverso tale operazione, cedette al mercato l’1,5% del capitale di Aramco, la compagnia petrolifera statale valorizzata sui 2.000 miliardi di dollari. E oggi, a tanto ammonta la valutazione della borsa. Lo stato rimarrebbe in possesso del 96% del capitale. Nei giorni scorsi, ha provveduto anche a trasferire il 4%, pari a 80 miliardi di dollari, al fondo sovrano Public Investment Fund (PIF) da 580 miliardi con l’obiettivo di aumentarne la dotazione attraverso la quale esso potrà contribuire a differenziare l’economia saudita.

Già nel 2021, lo stato ha incassato il 40% delle entrate da proventi non petroliferi, qualcosa come circa 100 miliardi di dollari. Resta il fatto che ancora oggi, pur in forte calo nell’ultimo quinquennio, il petrolio incida per il 60% delle entrate complessive. Una percentuale che il principe ereditario Mohammed bin Salman intende ridurre ulteriormente per allentare la dipendenza dal greggio. Aramco si è impegnata a distribuire agli azionisti 75 miliardi di dollari di dividendo ogni anno. Lo stato ne incasserebbe poco meno di 74 miliardi, il resto andrebbe ai soci privati. Nei primi nove mesi del 2021, l’utile netto maturato è stato di 77,6 miliardi, un risultato superiore alle cedole annuali.

Investire in azioni Aramco, tuttavia, non è scevro dai rischi. Fino a quando durerà il rally del petrolio? Le quotazioni sono mantenute alte anche dall’accordo tra gli stati dell’OPEC Plus per tenere sotto controllo l’offerta. Inoltre, la transizione energetica colpisce le prospettive di lungo periodo e la borsa prima o poi inizierà a scontare uno scenario meno favorevole all’oro nero. Per il momento, però, non sembra esservi momento più perfetto di questo per fare nuovamente cassa. E il regno stima di chiudere il 2022 con un bilancio in attivo (+24 miliardi di dollari) dopo quasi un decennio, dal -2,7% del PIL dello scorso anno.

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