Cos’è l’affrancamento previsto in manovra per abbassare l’imposta su polizze Vita e fondi comuni

Il governo Meloni ha previsto con la manovra finanziaria il cosiddetto "affrancamento" su polizze Vita e fondi comuni. Ecco cos'è.

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Ecco l'affrancamento per polizze Vita e fondi comuni

Tra le numerose novità contenute nella manovra finanziaria del governo Meloni, una riguarda i risparmiatori. Per la prima volta nella legislazione italiana compare il termine “affrancamento”, riferito ai redditi da capitale. Esso può considerarsi a tutti gli effetti un incentivo fiscale offerto a chi ha investito nelle polizze Vita e nei fondi comuni. Il testo prevede il pagamento di un’aliquota del 14% in entrambi i casi, anziché l’aliquota ordinaria del 26%. In cambio, l’investitore dovrà pagare l’imposta sulle plusvalenze maturate subito, anziché attendere la scadenza. Chi si avvale di tale opzione, calcolerà successivamente l’imposta sulle eventuali plusvalenze future a decorrere dalla data di affrancamento.

Una novità interessante, ma che comporta qualche insidia per il settore. Per evitare la pioggia di riscatti che si avrebbe per avvalersi del beneficio fiscale, la manovra stabilisce che le polizze Vita debbano scadere successivamente il 31 dicembre 2024 e l’investitore deve mantenerle in portafoglio almeno fino all’1 gennaio 2025.

In altre parole, il beneficio riguarderà solamente le polizze Vita di durata residua superiore ai due anni e a patto che non vi sia alcun disinvestimento.

Nessun limite per i fondi comuni, immobiliari compresi. In questo caso, l’affrancamento potrà avvenire anche riscattando subito l’investimento. Probabile che l’investitore reinvesta subito dopo nel medesimo fondo o su altri simili. In ogni caso, si corre il rischio di assistere a un eccesso di riscatti per avvalersi del beneficio fiscale, con la conseguenza di mandare giù prezzi e mercato.

Rischio riscatti con affrancamento

Nel caso delle polizze Vita, poi, resta da capire se il legislatore consentirà il riscatto parziale per liberare risorse necessarie al pagamento dell’imposta.

Un limite dell’affrancamento può consistere nella scarsa liquidità di molti investitori, specie nel retail. Pagare oggi, anziché alla scadenza, implica anche la disponibilità di cash. E, pertanto, le famiglie potrebbero essere tentate dal disinvestire in altri prodotti, come ad esempio i titoli di stato. Paradossalmente, una misura nata dalla finalità di fare cassa può provocare un eccesso temporaneo di eccesso di bond, azioni, polizze, fondi, ecc. Il mercato andrebbe sotto stress.

D’altra parte, l’affrancamento non è detto che comporti chissà quali benefici ai piccoli investitori. Risparmiare il 12% pagando l’aliquota del 14% e non del 26% può essere allettante. Tuttavia, nel caso delle polizze Vita gran parte dei capitali è investita in titoli di stato, i quali scontano una tassazione del 12,50%. Di fatto, meno dell’aliquota pagata con l’affrancamento. Bisognerà fare bene i conti per capire quanto si risparmierà.

2022 anno negativo per mercato

Infine, il beneficio arriva in un momento “no” del mercato. Quest’anno, esso è giù a doppia cifra. Nel 2022 sono state accusate minusvalenze nel complesso. Certo, ci sono plusvalenze per diverse decine di miliardi maturate negli anni passati. Su di esse il governo spera di fare cassa, ottenendo nel 2023 un gettito fiscale più alto, a fronte, però, di uno minore negli anni seguenti. Alla scadenza, infatti, gli investitori verseranno allo stato solo l’aliquota ordinaria afferente al periodo post-affrancamento. I 12 punti percentuali in meno incassati anticipatamente non saranno recuperati, insomma.

In definitiva, l’affrancamento rappresenta una novità legislativa da seguire con attenzione. Sarà interessante comprendere come reagirà il mercato. Se la misura porterà gettito congruo senza contraccolpi per i prodotti interessati, l’esperimento sarà verosimilmente esteso.

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