Economia mondiale, 5 ragioni per stare ottimisti sotto l’ombrellone

L'economia mondiale sta meglio di quanto pensiamo ed esistono almeno 5 ragioni per confidare in prospettive positive nel breve termine. Ecco quali.

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L'economia mondiale sta meglio di quanto pensiamo ed esistono almeno 5 ragioni per confidare in prospettive positive nel breve termine. Ecco quali.

Da tempo, il direttore de Il Foglio, Claudio Cerasa, ha dato vita a una sorta di filone vacanziero dal titolo eloquente “L’estate del nostro contento”, teso a contrapporre dati e fatti a una narrazione tutta in negativo sull’andamento dell’economia italiana ed europea. Una reazione nemmeno celata dei giornalisti “foglianti” al crescente populismo nostrano, che spesso per convinzione o per puro profitto politico tende a percepire tutto nero. In questo articolo, invece, non pretendiamo di esternare alcuna visione ideologica in favore degli uni o degli altri, ma ci limitiamo a offrirvi 5 ragioni per godervi sotto l’ombrellone quel che resta della torrida estate 2017, proponendovi altrettante considerazioni positive sull’economia mondiale. (Leggi anche: Come il dollaro debole sta sostenendo l’economia mondiale)

1) Tra le economie avanzate del pianeta e in Cina sono stati creati in 5 anni ben 30 milioni di posti di lavoro, di cui il 60% nell’Unione Europea. Questo vuol dire che nei paesi che rappresentano i tre quarti della ricchezza mondiale esistono 30 milioni di individui in più a godere di un reddito da consumare e magari da risparmiare parzialmente per consumi durevoli o investimenti futuri.

Nel dettaglio, la sola UE ha visto crescere di 18 milioni al record attuale di 235 milioni il numero degli occupati, pari al 71,1% della popolazione in età lavorativa (15-64 anni); negli USA è stato segnato un aumento di 11,5 milioni di occupati dal 2012, mentre in Cina di quasi 9 milioni e in Giappone di 2,6 milioni;

2) La crescita economica presso le principali economie mondiali sta sorprendendo in positivo. Nella UE si aggira sul 2%, negli USA un po’ oltre e in Giappone dovrebbe registrarsi un +1,4% per quest’anno, non così male per un’economia in stagnazione e deflazione da un ventennio.

Nella stessa Cina, al centro dei timori internazionali per il cosiddetto “slowdown”, il prodotto interno lordo dovrebbe aumentare quest’anno tra il 6,5% e il 7%. Si consideri, poi, che tra le emergenti, il Brasile e la Russia stanno uscendo dalla recessione e l’India potrebbe strappare alla Cina la palma d’oro della crescita mondiale con ritmi prossimi al 7%;

3) Ieri, in un altro articolo (leggi qui: Commercio mondiale in forte ripresa) vi avevamo mostrato dati abbastanza positivi sul commercio mondiale, che per la prima volta dal 2008 potrebbe quest’anno aumentare la sua incidenza sul pil globale, dopo un ripiegamento durato 8 anni. Gli scambi commerciali tra le economie mondiali sono aumentati dell’8% nei primi 4 mesi dell’anno e l’indice BDI segnala un’accelerazione nelle ultime settimane, segno forse che i timori di una svolta no-global siano stati eccessivi;

4) I prezzi delle materie prime restano storicamente bassi, ma il peggio sembra alle spalle. Prendiamo il petrolio: non si scalda fino ad allontanarsi troppo dai 50 dollari al barile, ma nel gennaio del 2016 le sue quotazioni erano sprofondate tra i 25 e i 30 dollari, creando preoccupazioni tra le economie produttrici, molte delle quali sono emergenti e che incidono ormai per il 40% del pil mondiale. Quotazioni non calanti segnalerebbero sia il superamento della fase peggiore della crisi globale, sia un potenziale miglioramento per i saldi commerciali e il pil delle economie emergenti;

5) La tanto temuta “guerra valutaria”, in sé realmente in grado di annichilire il commercio mondiale e il benessere a cui siamo arrivati, sembra scemare. Gli USA hanno iniziato ad alzare i tassi dal dicembre 2015 e presto dovrebbero seguire banche centrali come BCE, Bank of England, SNB e altre minori, mentre la Bank of Japan si è limitata ad oggi ad apportare solo qualche correttivo alla sua politica monetaria ultra-espansiva. I tassi di cambio, pur molto gradualmente, si starebbero così riportando a livelli più rispondenti ai fondamentali delle economie, come nel caso del cambio euro-dollaro, che pochi mesi fa era prossimo alla parità e che oggi si avvicina alla soglia di 1,20.

La lenta normalizzazione delle politiche monetarie dovrebbe anche evitare lo scoppio imminente della bolla finanziaria globale, che resta ad oggi la vera, grande minaccia alla ricchezza del pianeta. Il dollaro debole degli ultimi mesi, infine, torna a far respirare i mercati emergenti, che dal 2008 al 2013 hanno approfittato dell’azzeramento dei tassi, indebitandosi in valuta americana a ritmi senza precedenti. (Leggi anche: Guerra valutaria a colpi di stimoli, così banche centrali minacciano commercio mondiale)

 

 

 

 

 

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