Guerra valutaria a colpi stimoli, così le banche centrali minacciano il commercio mondiale

In corso da anni una sotterranea guerra valutaria tra le principali potenze economiche, che rischia di porre fine al commercio mondiale. La presidenza Trump ha colpito nel segno con le accuse di manipolazione del cambio.

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In corso da anni una sotterranea guerra valutaria tra le principali potenze economiche, che rischia di porre fine al commercio mondiale. La presidenza Trump ha colpito nel segno con le accuse di manipolazione del cambio.

“Guardate cosa fa la Cina, cos’ha fatto il Giappone per anni. Manipolano il mercato monetario, giocano con la svalutazione e noi ce ne stiamo fermi come un branco di imbecilli”. Sono le parole utilizzate ieri dal presidente USA, Donald Trump, nel corso di un incontro con i manager del settore farmaceutico, dopo che il suo consigliere al Commercio, Peter Navarro, aveva definito l’euro “fortemente sottovalutato” per la Germania.

Coincidenze? Niente affatto. L’amministrazione Trump sta puntando sin da subito sul tema forte di questi anni, la manipolazione dei tassi di cambio, che i principali attori internazionali negano sia in atto e paventano solamente come rischio, ma che è la fonte di una guerra valutaria, iniziata con lo scoppio della crisi finanziaria e che sta minacciando seriamente l’esistenza del commercio mondiale. (Leggi anche: Aria di scontro tra USA e Giappone sulla guerra valutaria)

Quando si parla di guerra valutaria, espressione utilizzata nel 2010 per la prima volta dall’allora ministro delle Finanze brasiliano, Guido Mantega, il pensiero corre alle svalutazioni competitive, il che è esatto. I modi per attuarle, però, non sono proprio quelli che immaginiamo. Difficilmente oggi una banca centrale autorevole interviene sul mercato dei cambi per vendere la propria moneta, facendole perdere valore. Accade, ma molto di rado e in situazioni eccezionali, di emergenza.

Stimoli monetari scatenano guerra valutaria

La banca centrale svizzera, la Schweizerische National-Bank (SNB), ha ammesso di essere intervenuta sul mercato valutario per frenare l’apprezzamento del franco subito dopo il referendum sulla Brexit. Nessuno si è scandalizzato, perché da anni l’istituto lotta contro una tendenza fortemente rialzista della valuta elvetica, considerata dagli investitori di tutto il mondo un porto sicuro per i capitali.

C’è un modo più subdolo e meno diretto per manovrare i tassi di cambio, ovvero intervenire con potenti stimoli monetari, quelli che dal 2008 ad oggi sono stati avallati da tutte le principali banche centrali, Federal Reserve per prima. Si tratta non solo di azzerare i tassi, ma anche di acquistare assets in valuta locale (titoli di stato, bond), al fine di liberare liquidità e sostenere così l’inflazione, stando all’obiettivo dichiarato.

(Leggi anche: Banche centrali coordinate sugli stimoli?)

Come gli stimoli deprimono il cambio

Tuttavia, un effetto collaterale e implicitamente perseguito da chi vara stimoli consiste nell’indebolire il cambio. Come? Acquistando titoli, una banca centrale libera liquidità e la cede a investitori, che in parte la utilizzano per portare i capitali in mercati più redditizi, facendoli defluire dall’economia in questione e provocando, quindi, un deprezzamento del cambio.

E così, in poco più di due anni, la Bank of Japan è riuscita a indebolire lo yuan del 20% contro il dollaro, anche se dalla primavera del 2015 si registra un rafforzamento di quasi il 10%. Il dollaro ha perso mediamente il 10% contro le altre valute tra la fine del 2008 e la primavera del 2011, in coincidenza con il debutto dei primi cicli di “quantitative easing” della Fed. Avrebbe anche potuto deprezzarsi di più, se non fosse stata una valuta di riserva, che in periodi di tensioni finanziarie e geo-politiche diviene il rifugio di quanti sono in cerca di sicurezza. (Leggi anche: Tassi negativi in Giappone sono nuovo capitolo guerra valutaria)

I bilanci delle banche centrali principali

Gli stimoli della BCE, invece, hanno depresso il cambio euro-dollaro del 22% dal maggio 2014 ad oggi, mentre il franco svizzero risulta apprezzatosi dalla crisi ad oggi del 50% contro l’euro, anche se dal settembre 2011 al gennaio 2015 la SNB cercò di frenare i guadagni con l’introduzione di un cambio minimo di 1,20. (Leggi anche: Cambio euro-dollaro, attacchi di Trump alla Germania)

Se tutti hanno svalutato, nessuno ha svalutato. Giusto? Non proprio. Per capire chi si sarebbe fatto prendere la mano, sarebbe opportuno leggere i dati sui bilanci delle banche centrali, che forniscono la misura degli interventi monetari, che a loro volta influiscono sui cambi. Scopriamo che la Fed, con i suoi 4.450 miliardi di dollari, detiene a bilancio oggi qualcosa come meno del 22% del pil, anche se la percentuale risulta quadruplicata rispetto al 2008.

Guerra valutaria rischiosa per il commercio mondiale

A seguire, troviamo la BCE con un bilancio di 3.500 miliardi di euro, pari al circa il 35% del pil dell’Eurozona, segnalando un grado di intervento molto superiore a quello della banca centrale americana. Molto più marcato è stato l’interventismo giapponese, con la BoJ ad avere un bilancio corrispondente a quasi l’89% del pil nipponico. Il top viene raggiunto, però, in Svizzera, dove gli acquisti incessanti di assets in valuta straniera della SNB, finalizzati a contenere la forza del franco, hanno dilatato il bilancio dell’istituto a oltre il 110% del pil elvetico. Per non parlare della People’s Bank of China, che oltre a mantenere lo yuan legato a un valore in sé non ancorato al mercato, dal 2015 interviene direttamente di volta in volta a manovrare il cambio nella direzione desiderata, attingendo ai 3.000 miliardi di dollari di riserve valutarie.

Quando Trump accusa questo o quel paese di manipolare il cambio, forse dovremmo ammettere che qualche ragione ce l’ha. E dietro all’ipocrisia dei principali governatori centrali e leader politici del pianeta, che accusano con più o meno ragione la nuova amministrazione USA di attentare al commercio mondiale con pratiche protezionistiche, si cela una realtà ben diversa da quella da operetta esibita nei consessi internazionali: sono le politiche monetarie ultra-espansive a provocare da tempo una guerra valutaria molto pericolosa, alla quale dovrà essere posto termine, se non vogliamo indietreggiare di decenni nella globalizzazione economica e finanziaria. (Leggi anche: Commercio mondiale, e se Trump ci aiutasse a correggere gli squilibri globali?)

 

 

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