Se c’è un posto al mondo che possiamo associare all’opulenza e al superamento delle leggi della fisica, questo è Dubai. Una metropoli da 4 milioni di abitanti e che attira ricchezza da ogni angolo del pianeta. Fa parte degli Emirati Arabi Uniti e, contrariamente a quanto molti di noi immaginano, non ne è la capitale. Lo è Abu Dhabi. Un’oasi di benessere e tranquillità da apparire spesso persino finta e che la guerra in Iran adesso minaccia di distruggere già sul piano dell’iconografia. Un rischio che nessuno vuole permettersi di correre in questo lembo di terra che si affaccia sul Golfo Persico.
Guerra rischio per Dubai
Quando USA e Israele hanno iniziato ad attaccare l’Iran nello scorso fine settimana, la prima reazione della Repubblica Islamica è stata di lanciare missili e droni sui rivali dell’area, Dubai compresa. E’ stata colpita Palm Jumeirah, il famosissimo arcipelago artificiale meta di turisti da tutto il mondo. Le persone sono state costrette a ripararsi negli scantinati degli edifici, cosa che pensavano non sarebbe mai potuta accadere. La Borsa di Abu Dhabi è stata chiusa per la prima volta nei giorni di lunedì e martedì, un fatto che ha impressionato la comunità finanziaria internazionale. All’improvviso, il luccichio delle vetrine e dei grattacieli si è trasformato in un incubo per emiratini e stranieri.
Origini del benessere emiratino
Dubai è da decenni considerata la “Svizzera del Medio Oriente”, definizione che un tempo spettava al Libano fino alla tragica guerra civile negli anni Ottanta. Altri la definiscono anche una seconda “Las Vegas”, essendo meta non solo di finanzieri e imprenditori, ma anche di turisti in cerca di divertimento e svago.
Uno status che inizia a vacillare con la guerra. Esso si è basato sulla convinzione che le tensioni nell’area non potessero mai riguardare direttamente gli Emirati Arabi Uniti. Ed è stato così fino a pochi giorni fa.
Con un Pil di circa 570 miliardi di dollari e una popolazione passata da 1 a 11 milioni in appena 45 anni, il Paese vanta un Pil pro-capite superiore ai 50.000 dollari, cioè di 3,3 volte la media mondiale. Ma a parità di potere di acquisto, supera quello degli Stati Uniti con 90.000 dollari. Esso, infatti, ospita 86.000 milionari, oltre 200 centi-milionari e più di una ventina di miliardari. Cosa attira i paperoni del pianeta a Dubai e dintorni? Anzitutto, la massima libertà economica unitamente alla infima pressione fiscale. Pensate che quest’ultima non raggiunge l’1% del Pil contro il 43,1% nel 2025 in Italia.
Non si pagano imposte sui redditi, mentre solo di recente è stata introdotta un’aliquota del 9% sui profitti e una minimum tax del 15% per le grandi multinazionali. Pur di osservanza islamica, Abu Dhabi è nota per consentire agli stranieri di tenere stili di vita abbastanza liberi e questo attrae anche ricchi di petro-monarchie vicine come l’Arabia Saudita. Tant’è che il principe Mohammed bin Salman sta tentando a sua volta di imitare l’esempio emiratino con la creazione di una città giuridicamente autonoma dal diritto locale e chiamata Neom.
Il progetto sta subendo grossi rallentamenti a causa dei tagli ai mega-progetti per sopravvenute difficoltà finanziarie.
Regione instabile ora problema
La ricchezza di Dubai non dipende dal petrolio, che incide per meno del 2% del suo Pil. La materia prima è stata la molla per sviluppare l’economia e diversificarla, puntando essenzialmente sulla capacità attrattiva dei capitali. Uno sviluppo accelerato negli ultimi decenni dal passaggio di Hong Kong sotto il controllo cinese dopo essere stata per oltre un secolo e mezzo una colonia britannica fino al 1997. Molti detentori di capitali temettero già una trentina di anni fa che la Cina avrebbe reso meno libera l’economia locale, optando per soluzioni alternative.
La forza di Dubai e del resto degli Emirati Arabi Uniti risiede anche nell’instabilità della regione. Dal Libano alla Siria, passando per l’appunto dall’Iran e fino alla Turchia, sono state tante e potenti le crisi geopolitiche. Infine, la solida alleanza con l’Occidente, pur non escludendo rapporti con la Russia (“pecunia non olet”) ha reso questa parte della penisola araba molto attrattiva. Basti pensare a quanti russi hanno potuto trovare riparo qui dopo l’invasione dell’Ucraina, che ha reso il loro Paese un paria internazionale.
Status a rischio per Dubai con guerra lunga
Tutto questo è finito? No, lo status di Dubai non è nell’immediato a rischio. Ma se la guerra dovesse protrarsi per mesi, inizierebbe ad essere messo in discussione. Con quali conseguenze? Minori afflussi di capitali e turisti e premio geopolitico preteso dagli investitori su azioni e bond. Sarà più duro anche il lavoro di quelle migliaia di influencer, che ogni giorni bombardano il web con video e articoli sulla convenienza economica e in termini persino di benessere psico-fisico di risiedere in questo angolo del mondo. Con le bombe che rischiano di cadere in testa, il sentimento di paura e insicurezza si sta diffondendo anche qui. Era impensabile e ormai è diventata realtà. O tutto finisce presto o il danno d’immagine può diventare definitivo.
giuseppe.timpone@investireoggi.it