Dal 2000 il tuo quotidiano indipendente su Economia, Mercati, Fisco e Pensioni
Oggi: 04 Giu, 2026

Domanda Ape sociale respinta per NASPI non percepita: cosa fare prima di arrendersi al rifiuto

Una domanda Ape sociale respinta non sempre è definitiva: alcune sentenze hanno chiarito quando il rifiuto dell’INPS può essere contestato
11 Marzo 2026
domanda ape sociale
Foto © Investireoggi

Molti contribuenti scoprono che una richiesta di pensione può essere respinta oppure che l’importo riconosciuto è più basso rispetto alle aspettative. In queste circostanze l’ordinamento italiano consente di difendere i propri diritti attraverso il ricorso contro l’ente previdenziale. Anche nei casi di una domanda Ape sociale respinta esiste, dunque, la possibilità di rivolgersi alla giustizia per ottenere una nuova valutazione.

Negli ultimi anni alcune decisioni dei tribunali e della Corte di Cassazione hanno messo in discussione alcune interpretazioni adottate dall’INPS, ritenute troppo restrittive rispetto al contenuto delle norme che disciplinano l’accesso alle prestazioni previdenziali.

Domanda Ape sociale respinta: quando è possibile fare ricorso

Quando l’INPS respinge una richiesta di pensione o di anticipo pensionistico, il cittadino non è obbligato ad accettare la decisione.

L’ordinamento permette di avviare un ricorso amministrativo e, se necessario, un’azione giudiziaria davanti al giudice del lavoro.

Le pronunce dei tribunali nascono proprio da queste contestazioni. Alcuni contribuenti hanno impugnato i provvedimenti dell’Istituto e i giudici, nei diversi gradi di giudizio, hanno esaminato il caso fino ad arrivare in alcuni casi anche alla Corte di Cassazione.

È importante chiarire che una sentenza favorevole non cambia automaticamente la legge e non obbliga l’INPS ad applicare subito la stessa interpretazione a tutti i cittadini. Tuttavia, queste decisioni costituiscono precedenti giuridici rilevanti. In presenza di una domanda Ape sociale respinta, il lavoratore può richiamare tali pronunce nel proprio ricorso chiedendo al giudice di applicare lo stesso principio.

Questo strumento non rappresenta una scorciatoia ma un diritto previsto dal sistema giuridico italiano, che consente ai cittadini di contestare interpretazioni amministrative ritenute non conformi alla normativa.

Prima di addentrarci nella questione, è utile ricordare che per Ape sociale 2026, il primo appuntamento per la domanda è fissato al 31 marzo 2026.

Il nodo della NASpI e dei disoccupati involontari

Uno dei casi più discussi riguarda l’accesso all’Ape sociale per chi ha perso il lavoro senza averlo deciso volontariamente. Questa prestazione, introdotta dall’art. 1, commi 179-186 della L. 232/2016, consente l”accesso ad Ape sociale (anticipo pensionistico) a determinate categorie di lavoratori in difficoltà.

Tra queste categorie rientrano i disoccupati involontari. Si tratta di persone che hanno perso l’impiego a seguito di licenziamento o di cessazione del rapporto di lavoro non dipendente dalla propria volontà. Rientrano in questa condizione anche le dimissioni per giusta causa. Secondo l’interpretazione tradizionalmente adottata dall’INPS, per accedere all’Ape sociale come disoccupato sarebbe necessario aver percepito integralmente la NASpI, cioè l’indennità di disoccupazione disciplinata dal D. Lgs. 22/2015.

Questa posizione ha portato spesso a una domanda Ape sociale respinta nei confronti di lavoratori che, pur avendo perso il lavoro e maturato il diritto alla NASpI, non avevano presentato la richiesta per dimenticanza o scelta personale.

Il punto centrale riguarda, quindi, l’interpretazione della norma: è davvero obbligatorio aver ricevuto l’indennità di disoccupazione oppure basta averne maturato il diritto?

Le sentenze della Cassazione che cambiano l’interpretazione

Su questo tema sono intervenute due importanti decisioni della Corte di Cassazione: la sentenza n.

24950/2024 e la n. 7846/2025. Secondo i giudici, la normativa non impone necessariamente la percezione effettiva della NASpI per poter accedere all’Ape sociale. È sufficiente che il lavoratore abbia maturato i requisiti per ottenerla.

La Corte ha spiegato che lo scopo della norma è evitare la sovrapposizione tra le due prestazioni. In altre parole NASpI e Ape sociale non possono essere percepite contemporaneamente, ma ciò non significa che la prima debba obbligatoriamente essere incassata prima della seconda.

Di conseguenza, se un lavoratore licenziato possedeva i requisiti per richiedere l’indennità di disoccupazione ma non ha presentato la domanda, il mancato pagamento della NASpI non dovrebbe impedire l’accesso all’Ape sociale.

Diverso è il caso di chi stava già ricevendo la NASpI quando ha presentato la richiesta dell’anticipo pensionistico. In questa situazione la normativa richiede che l’indennità sia terminata prima di poter ottenere l’Ape sociale.

Resta, comunque, fondamentale il requisito contributivo previsto dalla legge. Per accedere alla misura è necessario avere almeno 18 mesi di contribuzione effettiva nei 36 mesi precedenti la cessazione del rapporto di lavoro.

Domanda Ape sociale respinta: cosa fare dopo il rifiuto

La conoscenza delle sentenze della Cassazione è certamente utile. Anche in presenza di precedenti favorevoli, una domanda Ape sociale respinta non viene rivalutata d’ufficio dall’INPS.

Chi si trova in questa situazione deve avviare una procedura formale. Quindi, procedere al ricorso amministrativo contro il provvedimento dell’Istituto. Se la risposta rimane negativa, è possibile rivolgersi al giudice del lavoro.

Nel ricorso possono essere richiamate le pronunce della Corte di Cassazione n. 24950/2024 e n. 7846/2025 per sostenere che il diritto alla NASpI, anche se non esercitato, è sufficiente per l’accesso alla prestazione prevista dalla L. 232/2016. Questa strada può risultare decisiva soprattutto nei casi in cui la domanda Ape sociale respinta sia stata motivata esclusivamente dalla mancata percezione dell’indennità di disoccupazione.

Le decisioni dei giudici dimostrano, infatti, che alcune interpretazioni amministrative possono essere corrette attraverso il contenzioso. Per questo motivo, di fronte a una domanda Ape sociale respinta, il ricorso rappresenta uno strumento concreto per far valere i propri diritti previdenziali.

Per chi si trova con una domanda Ape sociale respinta, è utile valutare con attenzione le motivazioni indicate nel provvedimento dell’INPS e verificare se il rifiuto dipende dalla mancata richiesta della NASpI. In presenza di tutti gli altri requisiti previsti dalla normativa (art. 1, commi 179-186, L. 232/2016), può essere opportuno far esaminare la posizione da un patronato o da un consulente previdenziale.

Riassumendo

  • Domanda Ape sociale respinta: possibile fare ricorso contro le decisioni dell’INPS.
  • Le sentenze dei giudici possono correggere interpretazioni amministrative considerate troppo restrittive.
  • I precedenti giudiziari non cambiano la legge ma possono essere richiamati nei ricorsi.
  • Problema frequente: accesso all’Ape sociale senza aver richiesto la NASpI.
  • Cassazione 24950/2024 e 7846/2025: basta il diritto alla NASpI, non la percezione.
  • Dopo il rifiuto occorre presentare ricorso amministrativo o rivolgersi al giudice del lavoro.

Pasquale Pirone

Dottore Commercialista abilitato approda nel 2020 nella redazione di InvestireOggi.it, per la sezione Fisco. E’ giornalista iscritto all’ODG della Campania.
In qualità di redattore coltiva, grazie allo studio e al continuo aggiornamento, la sua passione per la materia fiscale e la scrittura facendone la sua principale attività lavorativa.
Dottore Commercialista abilitato e Consulente per privati e aziende in campo fiscale, ha curato per anni approfondimenti e articoli sulle tematiche fiscali per riviste specializzate del settore.

Articolo precedente

Perché il diesel sta aumentando più della benzina

Asta BTp 2029
Articolo seguente

BTp marzo 2029 in asta con prezzo sotto la pari: cosa sapere sulla quinta tranche