Per l’emissione del primo bond scozzese dal VXII secolo sarebbe questione di mesi, nulla rispetto all’attesa di oltre 330 anni. Il nuovo Parlamento di Holyrood, scaturito dalle elezioni del 7 maggio scorso, dovrebbe avallare il piano del First Minister John Swiney e svelato già durante lo scorso anno. Esso prevede la raccolta sul mercato dei capitali fino a 1,5 miliardi di sterline nel corso della legislatura appena iniziata, cioè fino al 2031.
Bond scozzese e incognita indipendenza
Alle elezioni il Partito Nazionalista Scozzese è sceso da 64 a 58 seggi, mancando la maggioranza assoluta di 65 seggi. Tuttavia, resta la prima formazione in Scozia e ciò conferma l’emissione obbligazionaria a cui Edimburgo ambisce per ritagliarsi una maggiore autonomia finanziaria da Londra. Il ricavato sarà utilizzato a favore degli investimenti in infrastrutture. Il governo locale ha avviato nei giorni scorsi i colloqui con la comunità degli investitori e le agenzie di rating hanno assegnato ai bond ancora da emettere giudizi in linea con quelli dei Gilt, i titoli di stato di Sua Maestà: AA per S&P e AA3 per Moody’s.
Ma sui Kilts bond, come sono stati quasi ironicamente ribattezzati, pesa il monito di S&P. L’istituto americano ha avvertito che se la Scozia portasse avanti propositi indipendentisti, il premio richiesto dal mercato per finanziare il suo debito salirebbe. Ecco perché l’operazione sta assumendo tutti i contorni di un referendum finanziario sull’indipendenza. Quello che si celebrò nel 2014 vide la sconfitta degli indipendentisti, sebbene questi non si siano rassegnati e invochino una seconda chance.
Precedente flop portò all’Atto di Unione
Il bond scozzese vedrebbe la luce tra gli ultimi mesi di quest’anno e i primi del 2027. Non sappiamo ancora quale sarà il suo importo e per quale scadenza. Essendo una novità, il mercato si sta interrogando sull’opportunità di investire sul titolo.
La Scozia non gode di vera autonomia fiscale, semmai compartecipando alle entrate. Ha un tetto all’indebitamento fissato in 3,14 miliardi di sterline, da cui il limite fissato di 1,5 miliardi per una o più emissioni. Edimburgo vorrebbe sfruttare la sua capacità fiscale al massimo, ma i rischi sono dietro l’angolo.
Un eventuale premio elevato rispetto ai Gilt lancerebbe un segnale negativo sulle velleità indipendentiste. E non giova la storia in tal senso. L’ultima volta che la Scozia emise un bond, fu alla fine del XVII secolo. Parliamo dello “schema di Darién”, lanciato al tempo per finanziare una missione di colonizzazione di quello che oggi è lo stato di Panama. L’operazione si rivelò un disastro finanziario, anche a causa di un’epidemia che decimò i coloni scozzesi. Anni dopo per fronteggiare il debito la Scozia fu costretta a chiedere assistenza alla Corona inglese, firmando nel 1707 l’Atto di Unione con la rinuncia alla propria indipendenza.
Spettro crisi di governo a Londra
Per un debito la Scozia si unì a Londra e ora con un altro debito vorrebbe separarsene.
Il periodo non è neppure tra i più felici per imbarcarsi in avventure finanziarie. I rendimenti britannici sono saliti fino ai massimi da 30 anni negli ultimi mesi, tra ripresa dell’inflazione, aumento del debito pubblico e crisi politica. Il decennale è arrivato ad offrire fino al 5,18%, sebbene ieri rendesse il 4,78%. Da qui all’emissione del bond scozzese ulteriori scossoni non mancherebbero. Il governo Starmer traballa e il probabile futuro primo ministro Andy Burnham non è proprio graditissimo ai mercati. In più, l’economia rallenta e l’inflazione accelera. E se ci si mette anche Edimburgo!
giuseppe.timpone@investireoggi.it