Le nuove accise sui tabacchi sono scattate e comporteranno maggiori esborsi a carico dei fumatori per 900 milioni di euro complessivi nell’intero anno. Ma per i medici non è abbastanza, tanto che quelli della Società Italiana di Medicina Ambientale (SIMA) hanno proposto l’introduzione di una “tassa sui vizi”. Dal junk food agli alcolici, passando per le bevande zuccherate, si tratterebbe di una grossa stangata a carico dei consumatori.
Accise su tabacchi, dibattito continuo
Le accise sui tabacchi lavorati sono salite da 29,50 a 32 euro per 1.000 sigarette (+5 centesimi al pacchetto) e sui sigaretti passa da un minimo di 37 a 47 euro al kg.
L’obiettivo al 2028 è di salire rispettivamente a 38,50 e 51 euro. Il maggiore gettito atteso nel triennio sarà di 1,47 miliardi. Questa voce del bilancio statale è importante, avendo comportato un gettito nel 2024 di 11,4 miliardi di euro (15 miliardi con l’IVA).
Grosso modo, le accise sui tabacchi valgono mezzo punto di Pil. Per i medici, tuttavia, non bastano. Già in occasione della legge di Bilancio per il 2025, l’associazione degli oncologi fecero discutere con la proposta presentata al Parlamento di aumentare le accise di 5 euro per pacchetto. A loro dire, questo aggravio avrebbe fatto crollare del 40% il numero dei fumatori abituali, che ancora in Italia resta elevato. Il governo prese in considerazione l’ipotesi, ma non se ne fece nulla per evidenti ragioni. I fumatori votano e sono un quarto della popolazione adulta.
Tassa sui vizi per alleviare costi sanitari
Questa volta, SIMA va oltre. Ipotizza una “tassa sui vizi”, cioè accise che colpirebbero tutte le cattive abitudini degli italiani: i consumi di superalcolici, bevande zuccherate, cibi spazzatura e tabacchi.
Il solo fumo delle sigarette ucciderebbero ogni anno 93.000 persone, incidendo per il 20% delle morti tra gli uomini e l’8% tra le donne. I costi sanitari sono enormi, stimati in 25 miliardi all’anno. Il ragionamento di SIMA è il seguente: colpire queste cattive abitudini nocive per la salute per risparmiare sulla sanità o potenziare il servizio, investendovi le risorse liberate.
In economia, questo ragionamento non è infondato. Si definiscono “esternalità negative” quegli atti di produzione e consumo con risvolti negativi per gli altri, costretti ad addossarsi i costi. Ad esempio, un’impresa che produce inquinando l’ambiente circostante. Come ridurle o finanche eliminarle? Facendo pagare ai produttori e/o consumatori i costi delle loro azioni. Una premessa che si adatta alla perfezione alla cosiddetta tassa sui vizi. Non c’è dubbio che fumo, alcool e junk food facciano male e infliggano costi a carico di un servizio sanitario sempre più sotto pressione.
Rischio di stato etico
Detto ciò, qual è il discrimine tra stato etico e imposizione di costi a carico di chi li produce? Il rischio è che il legislatore approfitti di proposte perfettamente razionali per imporre a tutti i cittadini un certo stile di vita “salutare”. Un domani potremmo sentirci dire che dovremmo pagare di più questa o quella imposta, perché facciamo una vita sedentaria o mangiamo troppo o consumiamo troppa carne o poca frutta e verdura, ecc.
La lista delle cattive abitudini è tendenzialmente infinita. Chi pensa che basti non bere e fumare per poter guardare gli altri dall’alto in basso, si sbaglia di grosso.
Il salutismo può diventare il pretesto per stangare ulteriormente cittadini che già pagano fin troppe tasse, al contempo instaurando un pericoloso clima di sorveglianza quasi morale. Se ci fate caso, anche al netto delle accise i consumatori pagano l’IVA sui tabacchi, così come su alcolici, zucchero, sale, cibi grassi, ecc. Si può eccepire che sia insufficiente per coprire i costi o che non basti a mutare in meglio gli stili di vita. Le sigarette in Italia continuano a costare meno che nelle altre grandi economie europee. Ma allo stato sta davvero a cuore la salute dei suoi cittadini o quella delle sue finanze?
giuseppe.timpone@investireoggi.it