I rendimenti globali sono scesi nella giornata di ieri dopo essere saliti nelle due precedenti a causa della guerra tra USA e Israele da una parte e Iran dall’altra. Il boom dei prezzi per petrolio e gas ha evidenziato il rischio di una veloce reflazione, così come accadde nel 2022 con l’invasione russa dell’Ucraina. Ci aspetteremmo una curva dei tassi più ripida, mentre è accaduto che essa sia diventata più piatta. E questo può sembrare un paradosso. Quando le aspettative d’inflazione si surriscaldano, gli investitori pretendono un premio più alto per comprare bond a lunga scadenza. Ciò si traduce in rendimenti ancora maggiori rispetto alle scadenze più corte.
Curva dei tassi più piatta
Invece, il Bund a 10 anni ieri trattava a +61 punti base sopra la scadenza a 2 anni: 2,75% contro 2,13-4%. Prima dell’inizio di questa guerra, i rendimenti erano rispettivamente al 2,65% e 2%. Dunque, lo spread 10/2 anni è sceso di 4 punti base o 0,03% per i bond benchmark nell’Eurozona. In realtà, non si tratta di un caso isolato. Anche negli Stati Uniti i Treasury a 10 anni sono passati dall’offrire un premio di 59 punti base a uno di 55. Persino in Giappone, dove l’inflazione impensierisce per la prima volta dagli anni Novanta, c’è stato un avvicinamento tra rendimenti a lungo e a breve termine.
Clima di attesa sui mercati
L’Italia sta facendo parziale eccezione. Lo spread 10/2 anni è leggermente salito da 114 a 118 punti base, ma nulla di significativo che possa ancora spingerci a parlare di curva più ripida. Si è allargato fino a ridosso dei 70 punti base, poi, lo spread con i Bund a 10 anni. Il segno che i capitali stiano dirigendosi verso i mercati core. Ma com’è possibile che la curva sia più piatta? La primissima spiegazione può riguardare il clima di attesa che si respira sui mercati internazionali circa l’evoluzione di questo grave conflitto. La paura è tantissima per la possibile chiusura dello Stretto di Hormuz, che finirebbe per provocare una carenza mondiale di energia. Tuttavia, il pericolo si materializzerebbe se lo scontro si protraesse per diverse settimane senza che la sicurezza nell’area venisse garantita alle petroliere in transito.
Il mercato obbligazionario starebbe, insomma, scommettendo ancora su uno scenario relativamente ottimistico: durata breve della guerra. Né sconterebbe un imminente e drastico rialzo dei tassi di interesse. Il rendimento del Bund a 2 anni, che segue l’andamento dei tassi sui depositi bancari fissati dalla Banca Centrale Europea, è salito dello 0,14%. Questo ci segnala che una prima stretta monetaria sarebbe possibile nel medio termine, ma non è attesa una svolta radicale. E, dunque, non ci sarebbe una reflazione in vista.
Domanda di sicurezza e tassi già non troppo bassi
Chiamatelo ottimismo o più pragmaticamente attendismo. Sappiamo che già dopo tre sedute dopo l’invasione dell’Ucraina, il rendimento biennale tedesco salì dello 0,30%. Viceversa, il decennale scese dello 0,25%. Prevalsero due spinte: la caccia ai beni rifugio e la previsione di una stretta monetaria imminente.
Anche questa volta è probabile che i rendimenti a lungo stiano restando bassi per la domanda di sicurezza degli investitori. I tassi di interesse, invece, sono considerati molto più appropriati in partenza rispetto ai livelli negativi di allora. Le banche centrali, con l’eccezione del Giappone, non acquistano più bond e anche ciò contribuisce per il momento a placare l’inflazione.
giuseppe.timpone@investireoggi.it