Se c’è un posto in cui l’evolversi della crisi in Venezuela viene seguito attimo dopo attimo, è Cuba. Il regime castrista è stato il principale alleato del “chavismo”. Per dirla con le parole del segretario di Stato USA, Marco Rubio, l’isola è “la testa del serpente”. E’ qui che la dottrina marxista ancora oggi trova applicazione pratica e funge da modello di ispirazione per altre nazioni caraibiche e nel Sud America. Ed è qui che adesso si teme il collasso definitivo dell’economia, ora che Nicolas Maduro è fuori gioco e che Washington nei fatti gestirà la politica interna ed estera per interposta persona.
Che al potere rimanga la numero due dell’attuale regime, Delcy Rodriguez, o vada un oppositore, i tempi d’oro dell’amicizia con Cuba sono alle spalle.
Cuba teme la crisi con la fine di Maduro in Venezuela
Il Venezuela non è stato solamente un partner ideologico di Cuba. All’isola Hugo Chavez prima e Maduro dopo spediva la media di 50.000 barili al giorno sostanzialmente gratis. Era il programma Petrocaribe, che i “chavisti” hanno usato per espandere la loro influenza nella regione, finanziando indirettamente una dozzina di governi di sinistra e anti-occidentali. Anche se già da anni le importazioni di greggio erano scese per effetto della potente crisi venezuelana con tanto di collasso delle estrazioni, quel poco di energia che ancora l’isola riesce a generare lo deve sempre a Caracas.

Nuova svalutazione del cambio
La situazione è diventata critica da settimane, cioè da quando la marina militare americana si trova in acque caraibiche, impedendo al Venezuela di esportare barili a Cuba.
Non vi sembri casuale che il 18 dicembre scorso la presidente del Banco Central, Juana Lilia Delgado Portal, abbia annunciato una nuova svalutazione del cambio superiore al 70%. Un terzo regime è stato introdotto a un rapporto di 410 pesos per 1 dollaro. Affianca il tasso fisso di 1:24 per le importazioni di beni di prima necessità da parte delle aziende di stato e un secondo di 1:120 per i turisti.
Ella ha giustificato la misura con la necessità di contrastare il crescente mercato valutario parallelo, dove il cambio con il dollaro era salito a 440 pesos. E venerdì scorso, prima della cattura di Maduro, saliva a una media di 460 pesos. Stamattina, viaggiava a 285 pesos. Un recupero di oltre il 60%, che definire anomalo e impressionante è poco. Un movimento così brusco celerebbe un repentino cambio nella dinamica della domanda e dell’offerta: o ci sono molti più dollari a disposizione o c’è molta minore richiesta di dollari. Molto più plausibile la seconda spiegazione. Perché? Forse, i cubani prevedono e sperano nella fine imminente anche del loro regime con annessa cessazione delle sanzioni americane o “bloqueo”. Non ci sarebbe altra spiegazione. Difficile immaginare, ad esempio, ad un intervento della banca centrale, a corto di riserve valutarie con cui sostenere il cambio.
Isola a rischio blackout h24
Senza più petrolio importato dal Venezuela, le cose per L’Avana si mettono peggio di quando cadde l’Unione Sovietica ad inizio degli anni Novanta. Russia e Cina non la sosterranno, in quel che sembra un baratto di geopolitica con gli USA di Donald Trump. Già i cubani si sono dovuti rassegnare a blackout medi di 12 o anche 18 ore al giorno. Senza la materia prima per fare funzionare le centrali elettriche, il rischio è che il buio diventi totale e definitivo. Il presidente Miguel Diaz-Canel teme le proteste, anche perché sarebbe difficile reprimerle come nell’estate del 2021. Gli stessi militari sono a corto di carburante per muoversi sul territorio. Le riserve strategiche di petrolio ammontano a soli 20 giorni di consumi e servono per fare funzionare anche tutti i servizi elementari, compresi gli ospedali, in caso di necessità.
Dopo il Venezuela la crisi minaccia il regime di Cuba
La situazione geopolitica rischia di ridurre ulteriormente gli ingressi di turisti stranieri, già crollati nel 2025. Essa aggrava la percezione di desolazione e carenza generalizzata persino di beni di prima necessità degli ultimi mesi. Il turismo è l’unica fonte di approvvigionamento ai dollari dell’isola. L’amministrazione Trump guarda con grande interesse a quanto può accadere qui nelle prossime settimane. Il collasso del regime potrebbe arrivare dopo quasi 70 anni su pressioni interne. La svalutazione di dicembre conferma che la crisi economica sia diventata spaventosa e ormai difficilmente gestibile. La patria del rum non riesce più a produrlo per i magri raccolti di canna da zucchero. E chissà che la cattura di Maduro non convinca anche i cubani più scettici circa l’intervento necessario della Casa Bianca anche nell’isola per rimuovere un regime senza più consenso interno.
giuseppe.timpone@investireoggi.it