E’ un momento difficilissimo per il cancelliere Friedrich Merz, che oltre a non riuscire a dare una scossa all’economia in Germania per risollevarla da una crisi sempre più dai connotati strutturali, ha forti problemi anche di leadership interna e all’estero. L’ultima riguarda l’Ucraina. Aveva proposto di concederle lo status di membro associativo per consentirle di partecipare alle riunioni di Bruxelles, pur senza diritto di voto, ma il presidente Volodymyr Zelensky ha risposto “no, grazie. O dentro come gli altri o niente”. E mentre montano i problemi nella Große Koalition, i sondaggi vanno di male in peggio e prospettano la vittoria dell’AfD alle prossime elezioni federali.
Crisi in Germania da prima della pandemia
La crisi in Germania non sta nascendo in questi mesi tra caro energia e frenata della crescita. Il Pil tedesco dal 2019 è cresciuto di appena lo 0,2%. E per quest’anno dovrebbe registrare un andamento semi-stagnante, sempre che la chiusura di Hormuz non si protragga nei mesi futuri. La pandemia ha dato un colpo di grazia, ma i problemi erano emersi ancora prima. La produzione industriale aveva raggiunto l’apice verso la fine del 2017 e da allora segna una contrazione di quasi il 18%. Già agli inizi del 2020 risultava scesa del 5,4%.
Se vogliamo dirla tutta, non è che prima della pandemia la Germania fosse andata così bene. Dall’agosto del 2008 al febbraio 2020, cioè tra una crisi globale e l’altra, la produzione industriale era rimasta sostanzialmente piatta (+1%). Ma nella terra degli orbi, chi ha anche solo un occhio è re. E i tedeschi potevano vantarsi di andare piano, mentre gli altri ingranavano la retromarcia.
Costo del debito in crescita e produzione auto in calo
Se la crescita è e resta al palo, il costo del debito è esploso. Il rendimento decennale si aggira attorno al 3% contro una media del -0,21% nel 2019, cioè l’anno prima della pandemia. La spesa per interessi è quasi raddoppiata nel frattempo dallo 0,6% all’1,1%. I conti pubblici non sono più quelli di un tempo. Il 2025 ha chiuso in deficit per il 2,5% del Pil contro un avanzo dell’1,3% nel 2019. Dunque, Berlino è passata da un avanzo primario quasi del 2% a un disavanzo dell’1,6%.
L’epicentro della crisi in Germania è il settore auto. Lo scorso anno, il comparto ha prodotto 4.418.836 veicoli contro i 4.661.800 del 2019, un calo di oltre mezzo milione (-513.000) in valore assoluto e pari all’11%. E i profitti delle case sono crollati del 14% da 29 a 24,9 miliardi. Ne è conseguita la perdita di 48.700 posti di lavoro, dovuta in buona parte alla delocalizzazione della produzione all’estero per risparmiare sui costi. L’energia era a buon mercato fino al 2021, mentre adesso petrolio e gas sono esposti alle tensioni internazionali.
Leva fiscale e riforme al palo
Con l’economia in panne e i rendimenti ai massimi dal 2011, la Germania sta cercando di superare la crisi attraverso la leva fiscale. Uno scenario che quasi nessuno si sarebbe aspettato fino a qualche tempo fa. Tra riarmo e investimenti infrastrutturali sono stati stanziati 1.000 miliardi di euro. La spesa pubblica ha superato per la prima volta dal secondo dopoguerra, ad eccezione del periodo Covid, il 50% del Pil. L’occupazione scricchiola tra un settore privato che licenzia e uno stato che assume.
Un processo di “mediterraneizzazione” impensabile fino al recente passato.
Merz sta cercando di reagire con l’annuncio di riforme che stentano ad essere approvate per le divisioni nel suo governo. Ha le mani legate da alleati scomodi, ma indispensabili per avere la maggioranza al Bundestag. Il cuore del problema è il Green Deal, un coacervo di provvedimenti ideologici e assunti già in era Merkel. Dall’uscita dal nucleare al divieto di produrre auto con motore a combustione, Berlino ha segato l’albero su cui sedeva comodamente per inseguire posizioni politiche di nicchie elettorali.
Germania contro la crisi senza idee
Non si aspettava che di lì a poco sarebbe arrivata la botta anche dai mercati internazionali. I dazi dell’amministrazione Trump seguono le tensioni geopolitiche e commerciali esplose con la pandemia e che hanno portato a un arresto della globalizzazione. La Germania pensava di esportare grazie a mercati aperti e facendo leva sulla competitività delle sue imprese garantita dall’energia a basso costo. Un modello andato in crisi e sbriciolatosi in pochi anni. Il governo tedesco si mostra paralizzato tra la speranza di recuperare quel mondo perduto e la necessità di superarlo con una svolta storica sulla difesa, che da sola non può garantire alcuna ripresa stabile.
giuseppe.timpone@investireoggi.it