Intesa Sanpaolo si compra Monte Paschi di Siena, che si è comprata Mediobanca, che si è comprata Generali e che tutti è alla fine il vero asset che vogliono. Un risiko appassionante per gli addetti ai lavori, perché riscrive la mappa del potere finanziario italiano. Peccato che per i clienti delle banche italiane non sembra arrivare alcunché di buono, salvo promesse basate sui manuali di economia e che alla prova dei fatti non hanno riscontro.
Risiko banche vs clienti
La quota di mercato di Intesa riguardo a mutui e prestiti è del 20-21% in Italia e quella di Monte Paschi del 4-5%. Insieme, arriverebbero al 25%, un quarto del totale.
Una percentuale insostenibile per l’Antitrust, tanto che lo stesso Carlo Messina ha già studiato la cessione di 635 filiali a Unipol per non incorrere nell’accusa di eccessiva concentrazione. Sul fronte della raccolta diretta le cifre non cambiano granché: 20% contro 3,5-4%.
Perché la Vigilanza europea vede di buon occhio il risiko bancario anche, se non soprattutto, di natura transnazionale come nel caso Unicredit-Commerzbank? Il consolidamento consente la nascita di gruppi più solidi, cioè più robusti anche in caso di shock avversi. L’Europa è ancora affollata da centinaia di banche medie e grandi, quando negli Stati Uniti si contano sul dito di una mano. La conseguenza è che da noi c’è molta più concorrenza interna, ma a discapito della robustezza patrimoniale. Per i clienti delle banche, siano essi risparmiatori o debitori, non si materializzano i benefici attesi. Tanti piccoli istituti possono anche dare vita a un mercato più competitivo, ma a causa dei maggiori costi sostenuti da ciascuno si finisce per pagare i prestiti più cari e per ricevere tassi più bassi sui depositi.
Sportelli e prestiti in calo
Con il risiko la musica cambierebbe? In teoria, banche più solide dovrebbero abbattere i costi (vedi le famose “sinergie”) e permettersi di offrire ai clienti soluzioni più vantaggiose. Tuttavia, la minore concorrenza farà quasi certamente sì che ciò non avvenga. Già oggi in Italia ci sono 3.457 comuni – quasi la metà del totale – sprovvisti di sportelli. Vi ci abitano 4,8 milioni di abitanti e vi hanno sede 250.000 imprese. Altri 6,5 milioni vivono in comuni con appena uno sportello rimasto. Le percentuali di desertificazione bancaria sfiorano dell’84% tra i comuni in Molise, del 74,5% in Calabria e del 74,3% in Valle d’Aosta.
Quando parliamo di dati, più che alle medie dovremmo porre maggiore attenzione alla distribuzione. Se ti ritrovi a vivere in una regione in cui almeno 3 comuni su 4 non hanno sportelli e molti altri ne hanno appena uno, significa che le tue scelte effettive sono scarne. Perché l’uomo comune non sceglie la banca tramite app, continuando a preferire (non sempre a torto) il rapporto diretto e umano con il direttore per decidere dove e quanto denaro depositare o prendere a prestito.
Servizi digitalizzati, non sempre meno cari
Il risiko è ben visto dalla borsa per i risparmi che comporta con la chiusura di numerosi sportelli, la digitalizzazione forzata e la concentrazione del know-how.
Mentre oggi abbiamo 19.140 sportelli dislocati sul territorio nazionale, cioè meno di 1 ogni 3.000 abitanti, nel 2011 ve ne erano ancora 33.607, 1 ogni 1.800 abitanti scarsi. E nel frattempo i costi sono scesi per i clienti delle banche? In media si attestano a 101,10 euro all’anno contro i 105,70 euro di 15 anni fa. Un calo minimo (-4,4%), pur se del 35% in termini reali. Ma nel frattempo la liquidità depositata presso i conti correnti, deposito e in forma di pronti contro termine è esplosa del 60% sopra i 1.800 miliardi.
La fusione tra banche ha ridotto la presenza delle filiali sui territori e le erogazioni di prestiti senza che i clienti abbiano beneficiato di costi più bassi per ricevere servizi o di tassi più alti sui loro risparmi. Al contrario, molti servizi sono stati digitalizzati e spesso con scarso supporto per accedervi o nella risoluzione delle varie problematiche. Lato cliente le cose non sono migliorate, mentre lato banche sono aumentati i profitti e la capitalizzazione in borsa. Ecco perché il risiko piace a chi investe senza che necessariamente finisca per avere vantaggi per chi in banca ci entra per lavorare o chiedere un prestito o portare il suo denaro.
giuseppe.timpone@investireoggi.it