C’è preoccupazione per l’impatto che questa guerra in Iran sta avendo sui prezzi del carburante e che avrà molto presto anche sulle bollette di luce e gas. Non avevamo ancora smesso di parlare di caro energia con riferimenti ai forti rialzi registrati negli ultimi anni, che già se ne prospettano di ulteriori. Piove sul bagnato. La storia anche recentissima insegna che l’inflazione può esplodere con le tensioni geopolitiche in aree critiche del pianeta. E il Medio Oriente è l’area più critica di tutte, dato che dal Golfo Persico ogni giorno transitano 20 milioni di barili di greggio – un quinto della produzione mondiale – oltre ad un quarto di tutto il GNL trasportato via mare.
Caro energia e rischio inflazione
L’Italia è tra le economie maggiormente a rischio inflazione a causa del caro energia. Il governo a febbraio aveva stimato per quest’anno un barile in media a circa 63 dollari e un cambio euro-dollaro a 1,18-1,19. Considerati i consumi di petrolio medi nel 2025, pari a 1,25 milioni di barili al giorno, il costo complessivo era stato stimato a meno di 24,5 miliardi di euro. Ma il cambio è sceso a poco più di 1,14 nella seduta di venerdì e le quotazioni del Brent sono risalite a 100 dollari. Anche solo immaginando una quotazione media nell’anno sui 75 dollari e un cambio a 1,15, il costo lieviterebbe sui 30 miliardi. Sarebbero 2,5 decimali di punto percentuale di Pil, sottratti evidentemente alla crescita.
Manca all’appello il gas, che è salito alla Borsa di Amsterdam ad una media di 50 euro per Mega-wattora nelle ultime sedute, ai massimi da oltre un anno e dopo avere segnato i valori più alti da tre anni. Eppure, l’inflazione sembra tutt’altro che un destino inevitabile. Se restringiamo l’analisi al mese di marzo, dopo che è iniziata la guerra in Iran e lo Stretto di Hormuz è stato chiuso al transito delle petroliere, il Brent è salito ad una media di circa 89,70 dollari al barile.
Nello stesso periodo dello scorso anno, si attestava poco sopra i 70 dollari. Con la differenza che il cambio con il dollaro era stato inferiore a 1,08 e in questo mese ha sfiorato 1,16, pur in calo dai livelli pre-bellici.
Da inizio anno petrolio e gas meno cari
In definitiva, a marzo il Brent ci è costato in euro all’incirca il 19% in più dell’anno scorso. Tuttavia, se allarghiamo lo sguardo al periodo che va dall’1 gennaio scorso, scopriamo che il Brent in euro ci è costato ad oggi il 16% in meno di un anno fa. E la stessa cosa è accaduta al gas europeo. Questi è stato scambiato a marzo a +20% su base annua, ma da inizio 2026 risulta in calo in media del 30%. Questi dati ci spiegano che il caro energia esiste, ma sta riguardando le ultimissime settimane. Ancora poco per influenzare il dato di medio termine.
In altre parole, non sarebbe prudente dedurre da queste cifre che l’inflazione per certo salirà. Per il momento possiamo limitarci a prevedere una “fiammata” dei prezzi, che noteremo sin dal dato di marzo. L’energia incide per un decimo del paniere Eurostat, per cui sarà inevitabile assistere a una risalita dell’inflazione per questo mese. Affinché ciò si traduca in un dato strutturale, sarà necessario che gli aumenti diventino generalizzati e stabili nel tempo. Due condizioni dipendenti dalla durata di questa guerra. Se per altre poche settimane, scamperemmo al rischio inflazione. L’importante è tenere sotto controllo le aspettative, che hanno il potere di trasformare un dato passeggero in definitivo.
Ad esse guarda con attenzione la Banca Centrale Europea, pronta ad intervenire al minimo segnale di allarme.
Durata della guerra in Iran cruciale per l’impatto sui prezzi
Se non fosse stato per questa guerra, avremmo parlato di eccesso di offerta di petrolio e di tensioni sul mercato del gas europeo quasi rientrate rispetto a prima che la Russia invadesse l’Ucraina. Il caro energia di queste settimane ha cause tutte di natura geopolitica, non risalenti ai fondamentali di mercato. Proprio per questo può svanire se e quando venisse raggiunto un accordo tra le parti in conflitto, anche se per lo stesso motivo si mostra quasi un rischio imponderabile. Proprio perché la situazione è drammatica, difficile credere che i governi non subiscano la pressione dei mercati. La stessa amministrazione Trump non potrebbe prolungare più di tanto gli attacchi con un barile fermo a 100 dollari. Né gli alleati del Golfo accetterebbero di azzerare la produzione più di tanto, restando a secco di entrate da petrolio e gas.
giuseppe.timpone@investireoggi.it