Ieri, i mercati hanno vissuto una seduta abbastanza negativa per via delle fortissime tensioni nel Golfo Persico. L’Iran ha iniziato a colpire i giacimenti di gas nell’area, mettendo nel mirino il Qatar. I prezzi di petrolio e gas sono letteralmente volati, trascinando al rialzo anche i rendimenti dei titoli di stato. Il Bund a 10 anni ha offerto il 3% per la prima volta dalla primavera del 2011. Prima che iniziasse la guerra, rendeva il 2,65%. Ed è un segnale chiaro circa le gravi conseguenze di questo conflitto. La scadenza tedesca a 2 anni si è avvicinata al 2,60%, scontando appieno 2 rialzi dei tassi dello 0,25% ciascuno entro l’anno e paventandone un terzo.
Bund a 10 anni, rendimento in rialzo
La curva dei tassi si è appiattita. Il premio offerto dal Bund a 10 anni sulla scadenza a 2 anni è sceso con la guerra da 65 a meno di 45 punti base. Questo non contrasta con il surriscaldamento delle aspettative d’inflazione. Può sembrare un paradosso, dato che la previsione di un’accelerazione nella crescita dei prezzi al consumo dovrebbe innalzare particolarmente i rendimenti medio-lunghi. Ci aspetteremo, quindi, che la curva diventi più ripida, non meno.
La spiegazione di quanto sta accadendo può essere così riassunta: il mercato teme che l’inflazione aumenterà nei prossimi mesi per le tensioni geopolitiche in corso. Tuttavia, anche prendendo spunto da quanto accaduto nel 2022, ritiene che la risalita non sarà durata e che sarà contrastata da una stretta monetaria della Banca Centrale Europea.
Status di porto sicuro regge
Questi rialzi dei rendimenti stanno erodendo lo status di porto sicuro della Germania? Ad essere sinceri, il Bund a 10 anni è salito di “soli” 35 punti base o 0,35% dall’inizio della guerra. E’ lo stesso aumento accusato dal rendimento americano, ma inferiore ai quasi 60 punti dell’Italia e ai quasi 50 della Francia. In altre parole, l’appeal tedesco regge anche con la prospettiva di un aumento del debito federale a causa delle spese militari e gli investimenti in infrastrutture.
La prova del nove sulla piena tenuta di tale status sarà nelle prossime settimane. Quando esplose la crisi dei debiti sovrani, a cavallo tra 2010 e 2011, il Bund a 10 anni registrò in una prima fase un aumento del rendimento all’incirca simile a quello di queste settimane. Ad un certo punto, però, iniziò una discesa praticamente inarrestabile fino a tutta la pandemia, interrotta solo dal rialzo dei tassi nel 2022. Gli investitori facevano a gara a comprare titoli del debito tedesco per mettersi al sicuro dalle tensioni nell’Eurozona.
Differenze con crisi del debito
Le differenze con oggi sono tante. In primis, questa non è una crisi del debito e non nasce in Europa. Secondariamente, la Germania non è più la disciplinata della classe. Anzi, ha annunciato un piano in deficit per 1.000 miliardi in 10 anni. E la sua economia non rappresenta un esempio, travolta da caro energia e “guerre” commerciali. La stessa stabilità politica non risulta più garantita, mentre nel decennio passato la cancelliera Angela Merkel era leader indiscussa dell’Unione Europea anche per la sua longevità come capo di governo.
Infine, con tassi attesi in rialzo i mercati si mostrano meno disponibili a comprare anche debito tedesco.
Il Bund a 10 anni al 3% di rendimento fa effetto. E’ una soglia che non eravamo più abituati a vedere in Germania da tanto tempo. Del resto, sono eccezionali anche le condizioni che stiamo vivendo. La BCE ha aggiornato le sue previsioni macroeconomiche per il triennio in corso, alzando quelle sull’inflazione e rivedendo al ribasso la crescita nell’Eurozona. Al 2,6% per il 2026 la prima e 0,9% la seconda. Il rischio di stagflazione aumenta. La Germania è porto sicuro sì, ma senza petrolio anche la sua economia andrà a sbattere.
giuseppe.timpone@investireoggi.it