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Le banche centrali hanno silenziosamente cambiato i target d’inflazione

I target d'inflazione nelle grandi economie mondiali vengono perlopiù disattesi da molti anni senza che le banche centrali muovano un dito.
24 Luglio 2026
Target d'inflazione disattesi e banche centrali inerti
Target d'inflazione disattesi e banche centrali inerti © Licenza Creative Commons

Lo Stretto di Hormuz è stato richiuso e i prezzi di petrolio e gas sono schizzati nuovamente. La tregua legata all’accordo di pace di giugno è durata poco sui mercati. I rincari rischiano di impattare sui tassi d’inflazione globali, minacciando ulteriormente i target delle banche centrali. Non che questi siano stati rispettati negli ultimi tempi. Nel Regno Unito, la crescita tendenziale dei prezzi supera il tasso-obiettivo dal luglio del 2021 con la sola eccezione di 2 mesi. Nell’Eurozona stessa, durante gli ultimi 5 anni è stata pari o di poco inferiore per soli 4 mesi. Negli Stati Uniti, risulta ininterrottamente superiore da 64 mesi, cioè dal febbraio 2021.

Target d’inflazione nati con Thatcher e Reagan

I target d’inflazione sono stati un’invenzione delle banche centrali principali a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta. Si erano messe alle spalle un periodo di alta instabilità dei prezzi tra fine dei regimi di cambio fissi con lo smantellamento di Bretton Woods nel 1971 e le crisi petrolifere del 1973 e 1979. Solo con l’arrivo al governo britannico di Margaret Thatcher e alla Casa Bianca di Ronald Reagan la lotta all’inflazione divenne un obiettivo esplicito di politica economica. Si parlò a proposito di “inflation targeting”, cioè le banche centrali iniziarono a fissare obiettivi per la crescita dei prezzi nel medio periodo.

Patto col mercato sul 2%

Con il tempo, la gran parte di esse concordarono su un target d’inflazione del 2%. Il ragionamento alla base fu il seguente: i prezzi al consumo tendono naturalmente a crescere per effetto della vivacità economica. Non sarebbe opportuno impedirne del tutto l’aumento, per cui meglio puntare su un margine positivo e che tenga conto anche del tendenziale aumento della velocità di circolazione della moneta.

Questa fu individuata nell’ordine dello 0,5% all’anno.

Al di là dei tecnicismi, le banche centrali strinsero una sorta di patto con il mercato (imprese, lavoratori, investitori e governi stessi): consentiremo ai prezzi di aumentare a ritmi stabili e prevedibili, compatibili con una condizione di crescita dell’economia. E nacque così il mantra del target d’inflazione al 2%. Non tutti hanno seguito questa impostazione: la Banca Nazionale Svizzera ha un obiettivo compreso tra 0 e “massimo 2%”, per cui si trova a suo agio anche con una crescita dei prezzi nulla o appena positiva.

Ancoraggio delle aspettative

Questa filosofia si è rivelata importante per ancorare le aspettative d’inflazione, rendendo il raggiungimento del target stesso più probabile. Poiché tutti noi sappiamo che la banca centrale punti a prezzi in aumento del 2% all’anno, ci regoliamo di conseguenza nelle nostre azioni quotidiane. Implicitamente, ne teniamo conto per calcolare il nostro potere d’acquisto a medio e lungo termine o per stimare i possibili rendimenti reali di un investimento obbligazionario, ecc.

Il problema sorge quando il target d’inflazione resta sulla carta. Nessuno pretende che venga rispettato mese dopo mese o anche solo tutti gli anni alla virgola. Tuttavia, non è neppure pensabile che passino anni e che l’inflazione continui a restare ben sopra l’obiettivo dichiarato. Il mercato all’inizio capisce e tollera, dopodiché si sente preso in giro.

Non c’è ancora un rischio imminente di disancoraggio delle aspettative, che vengono monitorate guardando a variabili come i rendimenti obbligazionari per le scadenze medio-lunghe e i contratti forward sui tassi di interesse. Ma il tema esiste, perché cresce il numero di coloro che si chiedono se le banche centrali non stiano silenziosamente cambiando l’obiettivo senza neppure dichiararlo.

FED inerte con inflazione USA al 4%

Agli inizi del decennio passato fu niente di meno che il Premio Nobel Paul Krugman a invitare le banche centrali ad alzare i rispettivi target d’inflazione al 3-4% per segnalare al mercato la volontà di sostenere le economie. Nessuno sembrò ascoltarlo. Erano gli anni del rischio deflazione, tant’è che i tassi vennero azzerati e furono avviati ingenti acquisti di bond per iniettare liquidità sui mercati. Ma ora che i prezzi superano da anni il 2% e anche abbondantemente, viene da chiedersi se la proposta dell’economista americano non abbia fatto breccia.

La Federal Reserve, che fa sempre scuola, sta ritenendo normale un’inflazione attorno al 4%, il doppio del suo target ufficiale, peraltro in una condizione di piena occupazione per il mercato del lavoro americano. Non corre ad alzare i tassi di interesse, un po’ per le pressioni da parte del presidente Donald Trump, un po’ per la volontà di non fiaccare l’umore sui mercati finanziari. La scusa è servita: non ha molto senso reagire ad uno shock energetico alzando i tassi. Se così fosse, però, dovremmo ammettere implicitamente che le banche centrali non abbiano alcun reale controllo dell’inflazione, per cui gli stessi target sarebbero un’invenzione priva di significato concreto.

Target d’inflazione questione di credibilità

Ha ragione la Bundesbank, piaccia ammetterlo o meno, quando sostiene che l’aumento dei tassi si rende necessario per una questione di “credibilità” della politica monetaria. Disattendere a lungo il target d’inflazione equivale a violare costantemente i limiti di velocità in città senza che le autorità comminino mai una qualche sanzione.

Ad un certo punto, tutti gli automobilisti si renderanno conto che quel cartello rotondo non abbia un vero significato e finiranno per trasgredire in barba al codice stradale. Le banche centrali sono diventate i vigili urbani insipienti della situazione.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

 

 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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