Controllare con anticipo l’estratto contributivo è essenziale, perché una registrazione incompleta può ritardare l’accesso alla pensione oppure ridurre l’importo dell’assegno. Anche un’anomalia apparentemente piccola può incidere sulla ricostruzione della carriera assicurativa.
Un lettore ha sottoposto alla redazione un caso particolarmente delicato:
Ho 66 anni e vorrei presentare la domanda di pensione nel 2027. Dal controllo della posizione INPS non risultano diciotto mesi di lavoro svolti tra il 2017 e il 2018. L’azienda ha cessato l’attività e il titolare risulta irreperibile. Possiedo buste paga, Certificazione Unica e comunicazione di assunzione. Quei mesi possono essere riconosciuti oppure, essendo trascorsi più di cinque anni, sono definitivamente perduti?”.
Estratto contributivo incompleto: quali verifiche effettuare
La prima operazione consiste nel confrontare i periodi registrati dall’INPS con tutta la documentazione disponibile.
Non basta verificare il numero complessivo degli anni: occorre controllare date, settimane accreditate, retribuzioni dichiarate e gestione previdenziale interessata.
Nel caso descritto, buste paga, Certificazione Unica, contratto e comunicazione obbligatoria di assunzione costituiscono elementi importanti. Possono essere utili anche bonifici dello stipendio, cartellini delle presenze, lettere aziendali o eventuali provvedimenti giudiziari.
Occorre inoltre escludere un semplice errore di collegamento tra i dati personali e la posizione assicurativa. Una variazione del codice fiscale, un secondo nome o una registrazione inesatta possono aver impedito l’abbinamento automatico dei versamenti.
La richiesta di correzione deve essere presentata all’INPS attraverso il servizio dedicato alla variazione della posizione assicurativa, allegando prove leggibili e riferite con precisione ai mesi contestati.
Si ricorda che, stando le regole attuali, nel 2027 per andare in pensione di vecchiaia occorreranno 67 anni e 1 mese di età (rispetto ai 67 anni del 2026) a cui aggiungere anche 20 anni di contributi.
La prescrizione non cancella automaticamente il lavoro svolto
Il problema più complesso riguarda la prescrizione dei contributi previdenziali. L’articolo 3, comma 9, della legge n. 335 del 1995 stabilisce, in via generale, un termine di cinque anni per la riscossione delle somme dovute agli enti previdenziali.
Questo significa che, dopo la scadenza, l’INPS potrebbe non poter più pretendere il pagamento dal datore. Non significa, però, che il rapporto di lavoro non sia mai esistito o che ogni tutela del dipendente venga automaticamente meno.
Una denuncia presentata dal lavoratore o dai superstiti prima della maturazione della prescrizione può mantenere il termine decennale previsto dalla stessa disposizione. Se la segnalazione arriva quando i cinque anni sono già trascorsi, tale estensione normalmente non può essere attivata.
Per questo motivo l’estratto contributivo dovrebbe essere esaminato periodicamente e non soltanto pochi mesi prima della pensione.
Il principio di automaticità e i suoi limiti
L’articolo 2116 del Codice civile tutela il lavoratore quando il datore non ha versato regolarmente i contributi. In base al principio di automaticità delle prestazioni, il diritto previdenziale può essere riconosciuto anche in presenza di un’inadempienza aziendale, purché ricorrano le condizioni previste dalla legge.
La protezione, tuttavia, incontra limiti quando i contributi sono ormai prescritti. In tale situazione può diventare necessario valutare strumenti ulteriori, tra cui la costituzione di una rendita vitalizia ai sensi dell’articolo 13 della legge n.
1338 del 1962.
Questa procedura permette di coprire periodi di lavoro effettivamente svolti ma non più recuperabili con la normale riscossione. Servono prove certe sulla durata del rapporto e sulla retribuzione ricevuta. L’onere economico dovrebbe gravare sul datore responsabile; in determinate circostanze il lavoratore può attivarsi direttamente, ferma restando la possibilità di rivalersi sull’impresa.
Estratto contributivo: i diciotto mesi sono davvero perduti?
Nel caso proposto, la risposta non può essere un semplice sì o no. Il superamento dei cinque anni può impedire all’INPS di recuperare ordinariamente le somme dall’azienda, ma non rende inutili i documenti posseduti dal lettore.
Le buste paga e la Certificazione Unica possono consentire di dimostrare il rapporto e chiedere la sistemazione dell’estratto contributivo. L’INPS dovrà verificare se esistono denunce aziendali, versamenti non abbinati o condizioni per applicare il principio di automaticità.
Qualora i contributi risultassero prescritti e non utilizzabili, resterebbe da esaminare la rendita vitalizia. Prima della domanda di pensione è, quindi, opportuno avviare subito la ricostruzione amministrativa, perché diciotto mesi potrebbero risultare decisivi sia per raggiungere il requisito minimo sia per determinare la misura finale del trattamento.



