Alla fine di gennaio di quest’anno, cioè meno di cinque mesi fa, il prezzo dell’oro e quello dell’argento toccarono i rispettivi massimi storici l’uno a quasi 5.600 e l’altro a 121 dollari per oncia. Ieri, erano scesi sotto 4.000 e a circa 57,60 dollari. Un tracollo impensabile per dimensioni e rapidità, anche perché è avvenuto contestualmente alla guerra tra Stati Uniti e Iran. Anziché comprare sicurezza, gli investitori hanno iniziato a scaricarla. Una contraddizione per la natura di “porti sicuri” dei metalli preziosi.
Oro e argento deboli
Il rapporto tra oro e argento è passato da un minimo di poco superiore a 46 a sfiorare 70, ai massimi da oltre sei mesi.
Un’impennata del 50% altrettanto clamorosa e che ci segnala l’andamento relativamente peggiore del metallo grigio. Se ai rispettivi picchi di prezzo servivano appena 46,3 once di argento per comprare un’oncia di oro, adesso ne occorrono poco meno di 70. Il dato è incontrovertibile: entrambi i metalli hanno perso, ma quello giallo ha mostrato una performance di gran lunga migliore (-28% contro -53%).
Oro e argento seguono logiche parzialmente differenti. Il primo è il bene rifugio per antonomasia. Gli investitori lo comprano quando temono l’arrivo di una crisi economica, una tensione geopolitica o l’inflazione. Il secondo è anche e, in misura crescente, un metallo industriale. La sua domanda dipende dalla congiuntura economica globale, specie in comparti come l’elettronica di consumo, le energie rinnovabili, auto elettriche e ora anche l’Intelligenza Artificiale.
Fattore FED
Cosa di dice il fatto che l’argento sia crollato dai massimi di quasi il doppio rispetto all’oro? Anzitutto, che la sua corsa nei mesi passati era stata eccessiva.
Dovete pensare che in appena tredici mesi era rincarato di quasi il 320%. Il precedente massimo storico risaliva agli inizi degli anni Ottanta ed era di poco superiore ai 50 dollari. A conti fatti, anche dopo il crash di questi mesi la quotazione internazionale rimane fortissima sul piano storico.
Da gennaio ad oggi non c’è stata solo la guerra in Iran. Il crollo dei metalli iniziava già con le voci sulla nomina di Kevin Warsh come futuro governatore della Federal Reserve. E da poche settimane l’economista è diventato il principale banchiere centrale del pianeta. Pur avendo sostenuto i maxi-tagli ai tassi di interesse reclamati dal presidente Donald Trump, la sua fama di repubblicano ha spinto il mercato a rivedere le aspettative sulla politica monetaria in senso più restrittivo. Rispetto ad altri candidati, egli è percepito come maggiormente garante dell’indipendenza e dell’ortodossia monetaria.
Rendimenti in rialzo e risk-off
In soldoni, con Warsh i tassi americani sono attesi più alti nel breve e medio periodo. E questo deprime oro e argento per la perdita di appeal che i metalli subiscono dinnanzi alla crescita dei rendimenti reali dei bond. E’ vero che l’inflazione globale stia salendo, ma il mercato ci sta segnalando di credere che sarà efficacemente contrastata dai tassi.
Dunque, da qui ai prossimi mesi i bond appaiono relativamente più appetibili. La riapertura di Hormuz è già in corso e ha fatto crollare il prezzo del petrolio ai minimi da fine febbraio, “raffreddando” le aspettative d’inflazione e la domanda stessa di metalli. Non eviterebbe, tuttavia, il rallentamento dell’economia globale.

Ed ecco dove ci porta il rapporto tra oro e argento. Entrambi i metalli si sono deprezzati, ma il secondo (legato alla crescita) di più. Siamo in un contesto di “risk-off” caratterizzato da crescita debole e tassi in rialzo. Le implicazioni per gli altri asset sarebbero le seguenti: il tracollo dell’oro paventa rendimenti a breve termine sostenuti, mentre quello dell’argento una debole produzione industriale.
Sul rapporto oro argento pesa la crescita
In questi mesi, abbiamo spesso messo in correlazione la performance del silver con quella del comparto IA. Va detto che l’incidenza della domanda per semiconduttori nella costruzione dei data center è ancora marginale per incidere in misura determinante sulla quotazione internazionale. Dunque, non possiamo affermare per ciò stesso che un argento debole implichi anche problemi per l’IA. Semmai, il mercato non crederebbe che gli investimenti delle multinazionali siano capaci di generare crescita immediata.
giuseppe.timpone@investireoggi.it