Dal 2000 il tuo quotidiano indipendente su Economia, Mercati, Fisco e Pensioni
Oggi: 25 Giu, 2026

Lavoro sommerso, la stangata che può costare fino a 46.800 euro

Lavoro sommerso, sanzioni pesanti: ecco quando scatta la maxi-multa e perché il conto può diventare altissimo.
25 Giugno 2026
lavoro sommerso
Foto © Investireoggi

Il lavoro sommerso espone l’impresa a conseguenze pesanti, non solo sul piano amministrativo, ma anche previdenziale e assicurativo. La sanzione colpisce il datore che utilizza personale dipendente senza aver inviato prima la comunicazione obbligatoria di assunzione.

Il riferimento principale è l’articolo 3 del D.L. n. 12/2002, poi modificato dall’articolo 22 del D.Lgs. n. 151/2015. Il quadro è stato rafforzato dal D.L. n. 19/2024, convertito dalla Legge n. 56/2024, che ha aumentato del 10% gli importi applicabili dal 2 marzo 2024.

Quando scatta la maxi-sanzione per lavoro sommerso

La violazione nasce quando una persona lavora come subordinata senza che sia stata fatta, prima dell’inizio dell’attività, la comunicazione al Centro per l’impiego.

Non basta, quindi, una semplice irregolarità formale del contratto: il punto decisivo è la mancanza della comunicazione preventiva.

La regola riguarda i datori privati e gli enti pubblici economici. Può coinvolgere lavoratori italiani, stranieri e anche minori. Restano fuori, invece, i rapporti domestici.

Un aspetto importante riguarda il momento in cui si applica la disciplina. Il regime introdotto dal D. Lgs. n. 151/2015 vale per le condotte avviate dal 24 settembre 2015. Se però l’attività irregolare è iniziata prima e proseguita dopo tale data, l’illecito viene considerato permanente. In pratica, conta la legge vigente quando la condotta termina, con effetti sull’intero periodo controllato.

Importi aggiornati e durata dell’impiego non dichiarato

Dal 2 marzo 2024 le somme sono più alte per effetto dell’articolo 29, comma 3, del D.L. n. 19/2024. La sanzione cresce in base ai giorni di effettiva attività svolta senza regolare assunzione.

Se dalle ispezioni sul lavoro viene rilevata la sommersione, per ciascun lavoratore, gli importi sanzionatori sono divisi in tre fasce.

Fino a 30 giorni di attività in nero, la sanzione va da 1.950 a 11.700 euro. Da 31 a 60 giorni, l’importo sale da 3.900 a 23.400 euro. Oltre 60 giorni, si arriva da 7.800 a 46.800 euro.

Il lavoro sommerso, quindi, può generare un costo molto elevato, soprattutto quando riguarda più persone o periodi lunghi. Le somme non sostituiscono gli altri obblighi: ai valori indicati si aggiungono contributi previdenziali, premi INAIL e ulteriori conseguenze collegate all’accertamento.

Casi aggravati, contributi e sanzioni civili

La legge prevede un aggravio del 20% quando sono coinvolte categorie considerate più fragili o meritevoli di particolare tutela. L’aumento riguarda, tra gli altri, lavoratori stranieri privi di permesso di soggiorno, persone con permesso scaduto e non rinnovato, minori non in età lavorativa, beneficiari dell’Assegno di inclusione e beneficiari del Supporto per la formazione e il lavoro.

Accanto alla maxi-sanzione, il datore deve versare quanto non pagato agli enti competenti. Rientrano in questa voce i contributi INPS omessi, i premi assicurativi INAIL e le sanzioni civili. Dopo le modifiche intervenute negli ultimi anni, non opera più l’aumento automatico del 50% delle sanzioni civili che in passato era previsto in presenza di personale irregolare.

Per il calcolo delle sanzioni contributive si applica il regime ordinario dell’articolo 116, comma 8, della Legge n. 388/2000. Questo significa che l’accertamento non si chiude con il solo verbale ispettivo, ma può produrre un recupero economico complessivo molto più ampio.

Come sanare il lavoro sommerso con la diffida

La procedura di diffida, disciplinata dall’articolo 13 del D .Lgs. n. 124/2004, consente al datore di ridurre l’impatto della violazione se procede alla regolarizzazione nei tempi richiesti. In presenza delle condizioni previste, il pagamento può avvenire nella misura minima stabilita dalla legge.

Questa possibilità non vale sempre. La diffida non è ammessa quando sono impiegati lavoratori stranieri irregolari oppure minori non in età lavorativa.

Per sanare la posizione è necessario instaurare un rapporto stabile o comunque adeguato. Sono ammesse tre soluzioni: contratto a tempo indeterminato, anche part-time purché la riduzione dell’orario non superi il 50%, oppure contratto a tempo determinato a tempo pieno di almeno tre mesi. Il lavoratore deve restare in servizio per almeno tre mesi.

La prova della regolarizzazione, insieme al pagamento di retribuzioni, contributi, premi assicurativi e sanzioni, deve essere fornita entro 120 giorni dalla notifica del verbale. Il contratto intermittente non è considerato valido per completare la procedura. In conclusione, il lavoro sommerso non è solo un rischio sanzionatorio: è una scelta che può compromettere seriamente l’equilibrio economico e giuridico dell’impresa.

Riassumendo

  • Il lavoro sommerso comporta sanzioni, contributi arretrati e premi assicurativi dovuti.
  • La violazione nasce senza comunicazione preventiva di assunzione.
  • Gli importi arrivano fino a 46.800 euro per lavoratore.
  • Alcune categorie fanno aumentare la sanzione del 20%.
  • La diffida permette di pagare l’importo minimo previsto.
  • La regolarizzazione richiede contratto valido e mantenimento in servizio.

Pasquale Pirone

Dottore Commercialista abilitato approda nel 2020 nella redazione di InvestireOggi.it, per la sezione Fisco. E’ giornalista iscritto all’ODG della Campania.
In qualità di redattore coltiva, grazie allo studio e al continuo aggiornamento, la sua passione per la materia fiscale e la scrittura facendone la sua principale attività lavorativa.
Dottore Commercialista abilitato e Consulente per privati e aziende in campo fiscale, ha curato per anni approfondimenti e articoli sulle tematiche fiscali per riviste specializzate del settore.