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Pensione nemmeno a 70 anni, ecco l’allarme che fa tremare i polsi, ma è tutto vero? 

Allarme rosso, per i giovani nemmeno a 70 anni le pensioni e i trattamenti saranno sempre più bassi in futuro.
25 Giugno 2026
fondi pensione
Foto © Pixabay

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Che La7 sia una televisione nella quale l’attuale Governo non gode di particolare favore non è certo una novità. Tuttavia, durante l’ultima puntata del consueto talk show politico settimanale condotto da Corrado Formigli, cioè PiazzaPulita, non si è parlato soltanto di politica e di critiche all’Esecutivo.

Nel corso dell’intervista a Michele Serra, scrittore, giornalista e attuale collaboratore di Repubblica, il tema centrale è stato quello delle pensioni.

Secondo Serra, come riportato anche da Il Fatto Quotidiano, per molti giovani di oggi la pensione potrebbe non arrivare nemmeno a 70 anni. Un’affermazione che ha inevitabilmente suscitato preoccupazione.

Secondo l’intervistato, il rischio di un collasso del sistema previdenziale imporrebbe alle nuove generazioni di cercare soluzioni alternative. Ma la situazione è davvero così grave oppure si tratta soltanto di allarmismo?

Pensione nemmeno a 70 anni, ecco l’allarme che fa tremare i polsi, ma è tutto vero?

Durante il suo intervento, Serra ha affrontato il tema della previdenza integrativa, sostenendo che la Legge di Bilancio 2026 abbia finito per ridimensionarne il ruolo e le prospettive.

Da anni, in Italia e non solo, si sostiene che il solo sistema pensionistico pubblico non sia più sufficiente a garantire prestazioni adeguate. In questo contesto si parla spesso di primo pilastro e secondo pilastro.

Il primo pilastro è rappresentato dalla previdenza obbligatoria, cioè quella che finanzia le pensioni pubbliche erogate dall’INPS. Il secondo pilastro, invece, è costituito dalla previdenza complementare, ossia dai fondi pensione integrativi.

Il dibattito riguarda sia la sostenibilità del sistema sia la tutela del tenore di vita dei futuri pensionati.

Per garantire la sostenibilità finanziaria del sistema previdenziale, infatti, le pensioni pubbliche tendono progressivamente a ridursi. Non si tratta di un’affermazione nata nel corso della trasmissione televisiva, ma di una dinamica che accompagna il sistema da molti anni.

Da quando le pensioni sono state collegate all’aspettativa di vita, infatti, i requisiti per l’accesso si sono progressivamente allontanati e gli importi tendono a risultare meno generosi. Se la popolazione vive più a lungo, il sistema previdenziale deve sostenere pensioni per un periodo maggiore e, di conseguenza, tende sia a posticipare l’età pensionabile sia a ridurre il valore delle prestazioni.

È proprio in questo contesto che si inserisce il secondo pilastro. Attraverso le rendite maturate nei fondi pensione, alimentate da versamenti volontari e, in alcuni casi, anche dal TFR, la previdenza complementare dovrebbe consentire di mantenere un tasso di sostituzione più elevato rispetto all’ultimo reddito percepito durante l’attività lavorativa.

Il secondo pilastro un fallimento

Secondo Serra, già dal 1993 si era deciso di puntare con decisione sulla previdenza complementare. L’obiettivo era duplice: integrare le future pensioni e, allo stesso tempo, sostenere il sistema economico e finanziario italiano.

Tuttavia, il secondo pilastro non avrebbe mai raggiunto una diffusione realmente significativa. I lavoratori che hanno scelto di aderire ai fondi pensione sono infatti numericamente inferiori rispetto a quelli registrati nei principali Paesi europei.

La critica dell’autore si concentra sull’intero impianto previdenziale italiano. Oggi circa un terzo della retribuzione lorda di un lavoratore dipendente viene destinato alla previdenza pubblica, con un’aliquota contributiva che nel Fondo Pensioni Lavoratori Dipendenti arriva al 33%.

Una quota considerata troppo elevata per consentire ai lavoratori di accantonare ulteriori risorse da destinare alla previdenza complementare. A ciò si aggiungono la stagnazione salariale e le difficoltà economiche che da anni limitano la capacità di risparmio delle famiglie italiane.

Il potenziamento dei fondi pensione per evitare che le pensioni a 70 anni diventino oltre che lontane basse

Negli anni non sono mancati i tentativi di rilanciare i fondi pensione. Un esempio è rappresentato dalla possibilità, introdotta nel 2007, di destinare il TFR alla previdenza complementare. Un altro esempio è l’utilizzo delle rendite dei fondi pensione per facilitare l’accesso ad alcune forme di pensionamento anticipato contributivo.

Secondo Serra, però, si sarebbe trattato di interventi episodici, incapaci di produrre una vera svolta.

Resta il fatto che le preoccupazioni sul futuro previdenziale sono diffuse. Già dal 2027 l’età per la pensione di vecchiaia dovrebbe aumentare di un mese, per poi crescere ulteriormente negli anni successivi in funzione dell’andamento dell’aspettativa di vita.

Parallelamente, come già avvenuto nel 2025, anche nel 2027 verranno aggiornati i coefficienti di trasformazione, cioè i parametri utilizzati per convertire il montante contributivo accumulato in pensione.

Questo significa che, a parità di contributi versati, le future pensioni potrebbero risultare progressivamente meno generose. È questo il motivo per cui il tema della previdenza complementare continua a essere considerato centrale nel dibattito sul futuro del sistema pensionistico italiano.

Giacomo Mazzarella

In Investireoggi dal 2022 è una firma fissa nella sezione Fisco del giornale, con guide, approfondimenti e risposte ai quesiti dei lettori.
Operatore di Patronato e CAF, esperto di pensioni, lavoro e fisco.
Appassionato di scrittura unisce il lavoro nel suo studio professionale con le collaborazioni con diverse testate e siti.

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