Lo Stretto di Hormuz è rimasto chiuso per 100 giorni e stando all’accordo di pace che USA e Iran firmerebbero a breve, riaprirebbe al più presto. Da molte settimane, in questa prima metà del 2026, il mercato globale vive uno shock petrolifero con l’assenza di circa 10 milioni di barili al giorno per l’impossibilità delle navi di uscire dai porti del Golfo Persico. E per fortuna che l’Arabia Saudita ha sfruttato al massimo il suo gasdotto terrestre con capacità di 7 milioni di barili al giorno. Ha potuto contenere il calo delle esportazioni, continuando a rifornire gran parte dei clienti abituali.
Shock petrolifero 2026 vs 2022
Lo shock petrolifero del 2026 è stato sin qui severo, ma non grave quanto quello patito nel 2022. Quando la Russia invase l’Ucraina, il prezzo del greggio schizzò a 100 dollari al barile per tendere nelle settimane successive anche a 125-130 dollari. Il gas europeo fece molto di peggio. I prezzi erano oscillati per anni tra 15 e 30 euro per Mega-wattora, ma nell’agosto di quell’anno esplosero fino al record di 340 euro. Inevitabili i contraccolpi sull’inflazione, che nell’Eurozona oltrepassò la doppia cifra in autunno, cosa che non si vedeva dagli anni Ottanta.
In questi mesi, invece, il gas europeo è rimasto quasi sempre sotto 50 euro e nonostante da Hormuz transiti gran parte della materia prima in forma liquida. Lo stesso prezzo del petrolio è salito dai 70 dollari delle sedute immediatamente precedenti l’inizio della guerra in Iran, ma senza toccare picchi estremi. Abbiamo assistito anche a 120-125 dollari, ma per poche negoziazioni. Ieri, alla notizia che le parti firmeranno un’intesa il Brent è crollato sotto i 90 dollari e ai minimi da inizio marzo.
Petrolio, gas e cambio
Nel 2022, le quotazioni petrolifere rimasero fin sopra i 100 dollari fino a tutto agosto, cioè a distanza di 6 mesi dall’inizio del conflitto. In media, nei successivi 100 giorni si attestarono sui 110 dollari e con un cambio euro-dollaro di circa 1,08. Un barile ci costò, quindi, più di 101 euro. Lo shock petrolifero di questo 2026 è stato meno cruento: quotazioni medie appena sotto 100 dollari e con un cambio sopra 1,16 per un costo all’importazione sotto gli 86 euro. Ciò spiega perché il mercato non stia nutrendo forti timori sull’inflazione, come conferma anche la relativa calma dell’obbligazionario.
Cosa ha fatto la differenza tra i due casi simili? L’invasione russa portò ad un blocco improvviso delle importazioni di petrolio e gas per l’Europa, anche per effetto delle sanzioni occidentali. Il nostro continente si ritrovò dall’oggi al domani a comprare dal “nemico” quasi il 40% del gas e un quarto del petrolio consumati. Il blocco di Hormuz è stato altrettanto imprevisto, ma ha riguardato l’intero pianeta e ha portato a un maggiore coordinamento internazionale. I governi hanno aumentato l’offerta attingendo alle riserve strategiche, mentre gli USA hanno rimpiazzato buona parte delle mancate forniture all’Europa dal Golfo.
Effetto Cina sull’energia
La sola Cina ha ridotto i suoi consumi di petrolio di 1,5 milioni di barili al giorno, quasi l’1,5% dell’intera domanda globale.
Ha rimpiazzato l’oro nero con energia rinnovabile e ha così attutito la carenza di offerta. Il mercato non ha scommesso in modo eccessivo sui rialzi, consapevole che l’Iran stesso ha bisogno di esportare petrolio per non collassare economicamente. Lo shock petrolifero del 2026 non è stato finora di poco conto, ma al confronto con quello del 2022 (per non parlare degli anni Settanta) meno intenso e (incrociando le dita) meno duraturo.
giuseppe.timpone@investireoggi.it