Quando sono arrivati i risultati della votazione a scrutinio segreto per scegliere i nuovi membri non permanenti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, per la Germania si è concretizzata una disfatta diplomatica senza precedenti al Palazzo di Vetro. Obiettivo mancato, a spuntarla sono stati Austria e Portogallo. E’ il primo prezzo da pagare per un’economia in declino e non più fonte di ispirazione per il resto del mondo. Con soli 104 voti contro i 127 minimi richiesti e i 131 ottenuti dagli altri due stati europei, questa è stata la prima volta per Berlino che non è riuscita ad ottenere il seggio dopo un ciclo di assenza di 8 anni.
Finora, il rinnovo era sembrato quasi automatico.
Germania, declino di economia e diplomazia
Il ministro degli Esteri, Johann Wadephul, ha commentato l’esito sostenendo che la Germania abbia pagato il suo sostegno ad Israele ed Ucraina, cosa che avrebbe alienato le simpatie tra numerosi stati. Una ricostruzione in parte convincente, ma incompleta. Perché la verità che si sta presentando sotto gli occhi dei tedeschi è che potere ed economia si spalleggiano a vicenda. Quando uno dei due cede, l’altra viene meno subito dopo. E viceversa. Il classico circolo vizioso (o virtuoso), che tende ad amplificare le negatività (e le positività).
Ricordate la Germania del decennio scorso? Una “powerhouse”. Essendo emersa quale vincitrice dalla crisi finanziaria mondiale prima e dei debiti sovrani dopo, attirava capitali dal resto d’Europa. La sua economia cresceva e il suo potere diplomatico si rafforzava al punto che sembrava essersi messa alle spalle l’etichetta di “gigante economico, ma nano politico”.
Adesso, sta accadendo l’esatto contrario. Da pandemia e guerra, Berlino è uscita come grande sconfitta. La sua economia ripiega e il suo potere diplomatico nel mondo recede.
Politiche ideologizzate a Berlino
Il voto all’ONU è stata la perfetta rappresentazione di come funzioni il mondo. Né simpatie o antipatie, bensì cinismo. I tedeschi stanno perdendo autorevolezza e credibilità all’infuori dei loro confini, perché non si stanno rivelando capaci di affrontare i problemi con il dovuto senso di giudizio. Continuano a far prevalere l’ideologia sul pragmatismo e il risultato è che fuori dalla Germania nessuno li prende più molto sul serio. Incredibile a pensarlo anche solo qualche anno fa.
Il declino dell’economia in Germania si deve alle politiche ambientaliste varate sin da quando al governo c’era la cancelliera Angela Merkel, che volle l’abbandono del nucleare. Dopo è arrivato il Green Deal in salsa europea su impulso proprio di Berlino. Se già era problematico prima della pandemia, si sarebbe mostrato del tutto insostenibile con la crisi di petrolio e gas esplosa a seguito dell’invasione russa dell’Ucraina. Anziché compiere un passo indietro, i governi tedeschi hanno pigiato sull’acceleratore. Il Pil è diminuito e l’occupazione inizia a scricchiolare, mentre l’industria automobilistica, cuore del motore produttivo teutonico, si è fermata e delocalizza gli stabilimenti.
Merz già al capolinea?
In un mondo caratterizzato da tensioni commerciali, geopolitiche e rischi per l’approvvigionamento alle materie prime, la Germania sembra un pesce fuor d’acqua.
Rimasta al mondo che fu, non sta rendendosi conto fino in fondo della necessità di svoltare. Economia e potenza si reggono l’una con l’altra a maggiore ragione nel nuovo ordine planetario che avanza. Il riarmo tedesco è stato avviato ad essere sinceri, ma manca una visione d’insieme. Una Bundeswehr potente per difendere cosa?
Il cancelliere Friedrich Merz ha già perso dopo poco più di un anno di governo l’aura di autorevolezza in patria e all’estero. Al collasso di popolarità nei sondaggi, non sta riuscendo ad incidere sul dibattito europeo e internazionale. Lo subisce come un qualsiasi altro capo di governo europeo. Fare asse con Berlino, in questa fase, non viene percepito vantaggioso per nessuno. Il governo federale si regge sulla somma di due debolezze: dei cristiano-democratici in caduta libera e dei socialdemocratici in coma forse irreversibile.
Declino dell’economia in Germania porta a soluzioni drastiche
Prima la Germania era guardata con ammirazione per la sua economia estremamente produttiva, resiliente alle crisi, i conti pubblici ordinati, politiche assennate, la coesione sociale, l’ordine pubblico e invidiabile stabilità di governo. Il declino di questi anni è sotto gli occhi di tutti: Pil fermo, vulnerabilità alle tensioni internazionali, abbandono della prudenza fiscale, malcontento sociale, cattiva gestione della sicurezza, politiche ideologizzate e maggioranze instabili al Bundestag. Gira persino voce che la CDU/CSU voglia rimpiazzare Merz con il governatore nord-renano Hendrik Wüst. Sarebbe un fatto clamoroso, più tipico di nazioni come Italia o Francia che non della storia post-bellica tedesca. Il momento è grave e s’impongono soluzioni di rottura.
giuseppe.timpone@investireoggi.it