Borsa di Istanbul a -6,1% e rendimenti sovrani esplosi questo giovedì, dopo la sentenza del tribunale che ha estromesso Ozgur Ozel dalla guida del CHP, il principale partito di opposizione, ripristinando come segretario Kemal Kilicdaroglu, lo sfidante di Recep Tayyip Erdogan alle elezioni presidenziali nel 2023. La lira turca è rimasta quasi intonsa dalla bufera, scambiando a circa 45,74 contro il dollaro al termine di venerdì scorso e solo leggermente in calo rispetto a un paio di sedute precedenti. Ma la calma sul mercato valutario è solo apparente.
Lira turca al test della nuova tempesta finanziaria
Curiosamente, l’ennesima tempesta finanziaria si è abbattuta ad Ankara mentre Mehmet Simsek e Fatih Karahan, rispettivamente ministro delle Finanze e governatore centrale, si trovavano a Londra per incontrare la comunità degli investitori stranieri e cercare di convincerli a riportare i capitali in Turchia.
I mercati non hanno preso bene la sentenza, rievocando la reazione del marzo 2025, quando venne arrestato il sindaco di Istanbul e principale oppositore di Erdogan, Ekrem Imamoglu.
Nello specifico, la sentenza del giudice riporta al potere del Partito Repubblicano, la formazione kemalista di sinistra, un leader divisivo e con scarse probabilità di vittoria in caso di elezioni presidenziali. I mercati stanno scontando nuovamente il rischio politico, mostrando il disappunto verso un affievolimento dello stato di diritto. I dirigenti del CHP hanno due settimane di tempo per proporre appello. Gli analisti credono che Erdogan possa anticipare il voto dalla primavera del 2028 all’autunno prossimo, così da potersi ricandidare per una terza volta consecutiva e contro un’opposizione all’apparenza debole e decapitata dei leader più autorevoli.

Riserve centrali per stabilizzare il cambio
Emergono dati interessanti, che ci aiutano a capire meglio le ragioni della calma attorno alla lira turca in queste ultime sedute. La banca centrale sarebbe intervenuta nella sola giornata di giovedì vendendo dollari per $8 miliardi. Da quando è iniziata la guerra in Iran, ha disposto vendite di asset in dollari per $43 miliardi. Malgrado ciò, il cambio si è deprezzato del 4% contro la divisa americana. A conferma di quanto avvenuto, i Treasury in portafoglio sono stati quasi azzerati: dai 16 miliardi di dollari di fine febbraio ad appena 1,6 miliardi. Ammontavano a 80 miliardi una decina di anni fa.
La crisi politico-giudiziaria di un anno fa intaccò le riserve valutarie centrali per 50 miliardi di dollari. Quelle lorde al 15 maggio sono state stimate in 61,2 miliardi, ma al netto degli swaps a soli 37 miliardi. Includendo le riserve auree, comunque in forte calo sulle vendite dei mesi passati, si arriva ad un dato lordo complessivo di 167 miliardi. Nel frattempo, l’inflazione è risalita ad aprile al 32,37% e i tassi di interesse sono stabili da inizio anno al 37%.

Rischio di fuga dei capitali
La crisi di Hormuz colpisce l’economia turca, aumentando il costo delle importazioni e accelerando la crescita dei prezzi interni. A marzo, il saldo delle partite correnti è risultato negativo di 9,7 miliardi contro i -4,9 miliardi di un anno prima. Nello stesso mese, la bilancia commerciale sprofondava a -11,2 miliardi dai -7,2 miliardi del marzo 2025. Questo ci segnala che l’impatto della guerra in Iran si è tradotto stato principalmente in un deterioramento della competitività sui mercati internazionali, ma in minima parte anche in una fuga dei capitali verso porti più sicuri.
Il rischio è che questa seconda dinamica si accentui e si affianchi alla prima, provocando un nuovo collasso per la lira turca. E in caso di elezioni anticipate, la storia insegna che difficilmente Erdogan accetterebbe che la banca centrale torni ad alzare i tassi per preservare il cambio e contrastare l’inflazione. Uno scenario che i mercati potrebbero avere già iniziato a scontare dopo la sentenza di questa settimana e che minaccerebbe le già ridotte riserve valutarie. E così, il rendimento decennale è schizzato dal 33,23% al 36,53%. Quello a 2 anni è rimasto quasi invariato a poco meno del 40%. Gli investitori si aspettano più inflazione e tassi fermi.
giuseppe.timpone@investireoggi.it