Alla fine del marzo scorso, i Treasury nei portafogli degli investitori stranieri risultavano scesi rispetto a febbraio di circa 140 miliardi di dollari a 9.348,7 miliardi. Tuttavia, il dato annuale si confermava in crescita di quasi 300 miliardi. Interessante notare le variazioni al vertice della classifica tra i detentori. Il Giappone ha consolidato il suo primato, salendo di oltre 60 miliardi in un anno a quota 1.191,6 miliardi. Ma in termini percentuali, ossia rispetto all’intero mercato dei titoli di stato federali USA, la sua quota veniva limata dello 0,1% al 3,86%.
Treasury in calo in Cina
In crescita anche il dato assoluto del Regno Unito da 779,3 a 926,9 miliardi, trascinando il dato percentuale dal 2,7% al 3% tondo.
In calo, invece, la quantità di Treasury posseduta in Cina: da 765,4 a 652,3 miliardi, ossia dal 2,7% al 2,1%. Dunque, i primi tre nel complesso hanno ridotto l’incidenza dal 9,36% all’8,96%. Variazioni nel complesso poco significative, anche se equivalgono a più di 115 miliardi in valore assoluto. Questa è la quantità che manca nei loro portafogli e che ha impedito di mantenere invariata la quota complessiva.
Cause del calo all’estero
La situazione peggiora allargando lo sguardo a tutti i detentori stranieri di Treasury. In valore assoluto, sono passati da 9.054,2 a 9.348,7 miliardi. Tuttavia, la loro quota è scesa dal 31,7% al 30,3% in dodici mesi. Se fosse rimasta uguale, i titoli in loro possesso sarebbero dovuti crescere di 430 miliardi. Nel 2021, gli investitori stranieri erano al 34% dell’intero mercato dei Treasury. Un lento declino, che si può spiegare in più modi. C’è certamente la maggiore diversificazione dei portafogli, accentuata in Asia. Le tensioni geopolitiche hanno persuaso molte economie, tra cui la Cina, a puntare su altri asset per impiegare le rispettive riserve valutarie.
Una delle alternative trovate è stata l’oro, i cui prezzi sono esplosi negli ultimi anni non a caso.

Non c’è solo una volontà di ritorsione contro gli USA dietro a questi dati. Il dollaro è stato fortissimo contro le principali valute mondiali dalla pandemia in avanti, ragione per cui se ne intravede il deprezzamento e al netto di ogni altra considerazione di natura geopolitica. In pratica, comprare Treasury può rivelarsi un affare in perdita nei prossimi anni. E questo è un fenomeno ciclico, diremmo fisiologico e di mercato. Il problema è che il governo americano continua ad indebitarsi senza riguardo per i costi di emissione. Veniamo al vero punto svelato da questi dati: non è che il resto del mondo non stia continuando a comprare titoli USA; il fatto è che ne vengono emessi in quantità difficilmente assorbibili dal mercato globale.
Corsa sfrenata del debito USA
Nei dodici mesi al marzo scorso, il mercato dei Treasury è cresciuto di ben 2.280 miliardi, qualcosa come il 2% del Pil mondiale. A questi ritmi risulta difficile per la finanza internazionale tenere il passo anche nelle migliori condizioni possibili. Essa ha contribuito nell’ultimo anno a finanziare le emissioni nette del Tesoro americano per meno del 13%, segnalando una tendenza rischiosa per Washington. Questi ha dovuto fare ricorso per l’87% al mercato domestico.
Se i dati fossero confermati nei prossimi anni, assisteremmo a un forte calo delle detenzioni all’estero e ad una possibile esplosione dei rendimenti.
Il decennale al 4,65% e il trentennale quasi al 5,20% sono un presagio di quanto potrà accadere. A meno che la politica fiscale negli USA diventi molto più restrittiva, rischia di rivelarsi insostenibile. Con un debito pubblico già al 135% del Pil (incluso di stati e comuni), il mercato guarda con crescente preoccupazione all’incapacità del sistema americano di tendere verso bilanci ordinati persino in periodi di forte espansione economica. Si chiede, giustamente, di quanto aumenterà il debito quando prima o poi si verificherà una recessione.
Da Treasury segnale di allarme per Washington
I Treasury potranno subire un contraccolpo anche a causa delle “guerre” commerciali ingaggiate dalla Casa Bianca. Gli eccessi delle esportazioni nel resto del mondo sono stati impiegati a lungo proprio nell’acquisto di Treasury. I dazi starebbero segando l’albero su cui è seduto l’impianto del debito USA. Esso rimane il mercato più liquido e affidabile al mondo, ragione per cui non dovremmo temere a sconquassi da qui al medio-lungo termine grazie al fatto di essere denominato nella valuta di riserva mondiale. Ma mai adagiarsi sugli allori. Gli errori di oggi possono risultare fatali e non più rimediabili tra qualche decennio.
Come se non bastasse, lo stesso Giappone sta avendo difficoltà a confermare il suo primato di primo investitore in titoli americani. Lo yen si è indebolito al punto da richiedere interventi sul mercato valutario, consistenti nella vendita proprio di Treasury. Al netto di ulteriori operazioni simili, nei prossimi mesi appare complicato immaginare che Tokyo possa proseguire negli acquisti con un cambio ai minimi e un’inflazione ai massimi da anni. Il rialzo dei rendimenti domestici può attirare molti investitori domestici privati, che per decenni avevano optato per il mercato americano e che adesso vedono prospettive inattese di guadagno restando in patria.
giuseppe.timpone@investireoggi.it