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Debito USA fuori scala: rifinanziarlo ora vale il 6% del PIL ogni anno

Il debito Usa è salito a 39.000 miliardi di dollari e sebbene venga considerato ancora sostenibile, offre spunti allarmanti.
25 Aprile 2026
Allarme debito USA
Allarme debito USA © License Creative Commons

Mentre gli occhi del mondo guardano ad Hormuz, gli USA stanno rischiando di perdere una guerra al loro interno e contro un nemico invisibile: le mani bucate del governo. Il debito federale è salito a 39.000 miliardi di dollari, una cifra che supera i 51.000 miliardi se comprensiva delle passività degli stati e degli enti locali. In rapporto al Pil, il primo vale il 125% e il dato che sarebbe più corretto citare sale, invece, al 135%. La prima economia mondiale risulta indebitata quanto l’Italia, che da decenni è finita nel mirino dei mercati e i cui conti pubblici al confronto sembrano quelli della Germania.

Debito USA sul Pil quadruplicato dal 1980

A preoccupare del debito USA è la tendenza. Il suo rapporto totale con il Pil era ancora al 105% nel 2016 e al 60% nel 2000. Agli inizi degli anni Novanta, non superava il 57% e nel 1980 era di appena il 35%. In meno di mezzo secolo, quindi, è quasi quadruplicato in rapporto al Pil. Le agenzie di rating si mostrano ancora molto generose con i loro giudizi. Fece scalpore il primo declassamento della storia nell’agosto del 2011 ad opera di S&P. Il secondo sarebbe arrivato solamente nell’agosto del 2023 da Fitch. Entrambe assegnano AA+ ai Treasury, che sembra ancora un voto fin troppo alto. E per Moody’s meritano la tripla A.

Nel 2024 la spesa per interessi ha superato per la prima volta la soglia dei 1.000 miliardi di dollari e persino la spesa militare, che negli USA è sempre abbondante e parametro di riferimento per ogni altra voce del bilancio federale. Il deficit del governo di Washington è salito nel 2025 al ritmo di 4,6 miliardi al giorno, qualcosa come 1.680 miliardi annui.

E non è stato neppure un record. Ormai, il disavanzo d’esercizio si aggira sui 2.000 miliardi ogni anno come media, a fronte di entrate federali sotto i 5.500 miliardi.

Superpotenza dipendente dai creditori stranieri

Questi numeri, quando vengono rapportati ad un Pil stimato attualmente in circa 31.335 miliardi, vengono considerati sostenibili dai più. Saranno pure alti, ma vanno parametrati ad un’economia altrettanto grande e che tende indubbiamente a crescere a ritmi più veloci che nel resto dell’Occidente. Il diavolo sta nei dettagli: gli USA finanziano il loro debito grazie ai creditori stranieri. La loro economia si caratterizza per un eccesso di consumo, che si traduce in una carenza di risparmio domestico. E qui si apre il vaso di Pandora: senza il resto del mondo, la superpotenza non riuscirebbe a sostenere questo indebitamento.

Al 31 marzo scorso le emissioni annue di Treasury, ossia titoli del debito federale USA, sono state pari a 8.100 miliardi. Questa cifra corrisponde a qualcosa come il 6,5% del Pil mondiale. Ad esso va aggiunto il deficit, cioè nuovo debito, che a sua volta incide per l’1,5-2% del Pil mondiale. Astraendo dal singolo annuo, sappiamo che il mercato dei Treasury vale oggi 30.800 miliardi e che presenta una durata media di 5,9 anni. Questo significa che, in media, il Tesoro USA deve rifinanziare ogni anno oltre 5.200 miliardi di debito, oltre il disavanzo.

E questi numeri corrispondono a più del 6% del Pil mondiale.

Fiducia tra investitori globali in calo

Qual è il problema? Fintantoché gli USA attireranno la fiducia degli investitori stranieri, il loro debito continuerà ad essere finanziato senza grossi scossoni. Da qualche tempo, però, i mercati non si mostrano più così compiaciuti. La politica fiscale a stelle e strisce è vistosamente disordinata persino in fasi positive del ciclo economico. Come se non bastasse, Washington sta peggiorando le relazioni diplomatiche ed economiche con il resto del pianeta, tra l’altro imponendo dazi e restringendo i commerci. Peccato che proprio le esportazioni nette di altri Paesi come la Cina abbiano in questi decenni sostenuto il debito USA. I dollari sono tornati indietro sotto forma di investimenti.

Il reset commerciale perseguito dall’amministrazione Trump sega l’albero su cui stanno seduti gli USA e mettono a rischio la tenuta del loro debito. Avrebbe un senso se fosse accompagnato da una politica fiscale all’insegna del rigore dei conti pubblici, ma non è così. La Casa Bianca reclama da mesi il taglio dei tassi di interesse per poter spendere ancora di più a costi minori. I risparmi promessi con l’istituzione del DOGE, affidato per pochissimi mesi ad Elon Musk, sono durati il tempo di scontrarsi con il Pentagono e tutti gli altri centri di spesa federali.

Debito USA legato al destino del dollaro

Gli USA continuano ad avere la fortuna di emettere debito in dollari, valuta di riserva mondiale. Poiché servono a tutto il mondo per commerciare e per intrattenere relazioni finanziarie con la superpotenza, le tesorerie centrali sono costrette a detenere Treasuries nei rispettivi portafogli. Guai ad immaginare che sia una condizione eterna. La storia ha vissuto numerose ascese e cadute di valute di riserva, tra cui la sterlina inglese prima di cedere il testimone al biglietto verde. E la rovinosa guerra in Iran rimarca quanto deboli siano quelle che intendiamo come certezze geopolitiche.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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