Stando ai calcoli preliminari dell’Istat, il rapporto debito/Pil in Italia è salito al 137,1% nel 2025. La crescita dell’economia si è fermata allo 0,5%, inferiore alla prospettiva di un +0,7% atteso a fine gennaio con la prima lettura sul quarto trimestre. E il deficit è sceso al 3,1%, appena sopra il 3% previsto ultimamente e ufficialmente dal governo. Questione di decimali, che possono risultare importanti ai fini dell’uscita dalla procedura d’infrazione già da quest’anno. Il Patto di stabilità, infatti, limita al 3% il disavanzo massimo possibile per uno stato comunitario.
Prospettiva su debito/Pil
Uno dei dati monitorati dai mercati, oltre che dai commissari europei, è il saldo primario.
Rileva la differenza tra entrate e spesa pubblica, al netto degli interessi sul debito. Quest’ultima voce non è direttamente controllabile dal governo, essendo perlopiù dipendente dalle condizioni di mercato. Pertanto, quando si vuole capire quale sia lo stato di salute dei conti pubblici di uno stato, si guarda al saldo primario per verificare se sia in attivo, passivo o in equilibrio. In Italia è passato dal -4% del 2023 al +0,5% del 2024 ed è salito ancora allo 0,7% nel 2025.
Tra le grandi nazioni europee, l’Italia è stata l’unica ad avere già centrato questo obiettivo. Ed è per questa ragione che le agenzie di rating e i mercati stanno premiando da tempo i nostri titoli di stato. Un avanzo primario segnala la prospettiva di una stabilizzazione del rapporto debito/Pil. Lo verificheremo dati alla mano. Per prima cosa, dobbiamo capire come si muove tale rapporto. E’ pura matematica: se il denominatore (debito) sale in misura percentuale più del denominatore (Pil), esso sale.
Viceversa, scende.
Calcolo sui dati italiani
L’aumento del debito pubblico è frutto del disavanzo fiscale, mentre l’aumento del Pil è la crescita economica. Entrambi i dati possono essere a loro volta scomposti come somma tra due variabili: saldo primario + spesa per interessi nel primo caso; crescita reale + inflazione nel secondo. Possiamo considerare la variabile spesa per interessi esogena per quanto sopra spiegato. Essa tende a coincidere con il rendimento della scadenza media ponderata, che per il nostro debito è di 7 anni. Allo stato attuale, intorno al 3%. La media decennale risulta del 2%, ma include anni in cui i rendimenti erano molto bassi per via dell’azzeramento dei tassi di interesse.
Dunque, il nostro debito costa il 3%. Ed essendo al 137% del Pil, incide per qualcosa come il 4% del Pil. Il governo stima un avanzo primario in crescita all’1,1% per quest’anno, all’1,4% nel 2027 e all’1,7% nel 2028. Basterà per stabilizzare il rapporto debito/Pil in prospettiva? Basta sommare tale obiettivo finale alla spesa per interessi attesa. Il risultato è di circa il 2,5% del Pil. In rapporto al debito (di 1,37 volte il Pil), però, scende a circa 1,8%. Ecco, stiamo affermando che lo stock delle passività tenderà nel medio-lungo periodo a crescere sotto il 2%.
E ora ci concentriamo sul denominatore. Affinché il rapporto debito/Pil si stabilizzi, serve che anch’esso cresce intorno al 2% all’anno.
Nel 2025, la sua crescita è stata del 2,5%: 2% di inflazione (più propriamente definito, nello specifico, come “deflatore“) e 0,5% di crescita reale. Per lunghi anni prima della pandemia abbiamo avuto un deflatore molto basso, dati i prezzi al consumo sostanzialmente fermi. Tra il 2010 e il 2019 fu di poco superiore all’1%. Nell’ultimo quinquennio (2021-2025), è salito all’1,7%. Facendo una media e tenendo il dato a 1,5%, all’Italia basterebbe una crescita quasi azzerata per stabilizzare il debito in rapporto al Pil.
Rischi da demografia e geopolitica
Ovviamente, la condizione essenziale perché ciò fosse possibile, sarebbe che il governo continuasse a risanare i conti pubblici. Rispetto allo scorso anno, manca all’appello un altro punto di Pil di maggiori entrate e/o minori spese per poter garantire una prospettiva di questo tipo. Con questo contesto geopolitico di estrema gravità, nulla può considerarsi scontato. Ad esempio, nei prossimi anni dovremo spendere di più nella difesa. A meno che non ci saranno tagli ad altre voci del bilancio, tale obiettivo confligge con quello sull’aumento dell’avanzo primario. E la pressione demografica agisce negativamente, tenendo alta la spesa per le pensioni e riducendo la forza lavoro complessiva.
Infine, se i rendimenti continuassero a salire, la stessa spesa per interessi lieviterebbe e aumenterebbe il tasso di crescita del debito. Tutto vero, ma gli altri stanno messi persino peggio. La Francia è in disavanzo primario di oltre il 3% e con un deficit complessivo ancora sopra il 5%. Il suo rapporto debito/Pil in prospettiva salirà fino a convergere verso i livelli italiani. E questo sta portando a un aumento dei rendimenti transalpini e al declassamento del rating per gli Oat. L’avanzo primario fornisce la misura della credibilità di uno stato, perché ci segnala se esso sia capace di chiudere i conti in ordine prima di includervi gli esborsi per servire il debito. L’Italia ha fatto la sua parte. Deve ancora fare di più, ma è sulla buona strada.
giuseppe.timpone@investireoggi.it