La settimana sui mercati finanziari è iniziata come immaginavamo: borse in calo, boom per le quotazioni di petrolio e oro. La guerra in Iran è esplosa con l’attacco congiunto di USA e Israele di venerdì notte. Si è rapidamente esteso un po’ a tutto il Medio Oriente, con Teheran che ha reagito attaccando a sua volta Israele (che sta attaccando anche il Libano) e Paesi del Golfo come Emirati Arabi Uniti e Qatar. Gli occhi del mondo sono diretti sullo Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita un terzo del greggio trasportato via nave nel mondo e un quinto dell’intera produzione. Non essendo più sicuro, a causa di possibili lanci di missili e droni iraniani all’indirizzo delle petroliere, rischia di dover essere bypassato.
Il tragitto per le navi si allungherebbe e con esso anche tempi e costi delle consegne.
Petrolio e oro su con guerra in Iran
Va detto che il petrolio che passa dallo Stretto di Hormuz per l’80% ha come destinazione l’Asia e appena il 4% l’Europa. Ciò non toglie che sul piano globale siamo in presenza di un possibile sconvolgimento logistico e chissà per quanto tempo. Ieri sera, l’OPEC ha annunciato che tornerà ad alzare la produzione di petrolio dopo tre mesi. Salirà di 206.000 barili al giorno da aprile. Vedremo se basterà ad alleviare i timori dei mercati. La strategia dell’Arabia Saudita sembra ancora una volta di confermarsi come alleato affidabile dell’Occidente e player geopolitico nell’area.
Timori per reazione di Teheran nello Stretto di Hormuz
Il vero problema, tuttavia, riguarda la trasportabilità del greggio estratto.
Sarebbe inutile aumentare la produzione, se poi non si avrebbe la possibilità di caricarlo sulle navi e farlo uscire dai porti per consegnarlo ai clienti. Cosa farà il regime iraniano dopo l’uccisione dell’ayatollah Khamenei? Esso potrebbe optare per scatenare il caos, colpendo tra l’altro proprio lo stretto. In questo modo, però, si sparerebbe sui piedi. Con 1,5 milioni di barili esportati ogni giorno, Teheran è fortemente dipendente dalle entrate di petrolio. Senza, la sua economia accelererebbe il collasso in piena guerra contro i suoi nemici.
Ai prezzi attuali, le esportazioni di petrolio per l’Iran valgono quasi un decimo del suo Pil. La Repubblica Islamica sarà così schizofrenica da segare l’albero su cui sta seduta? Per il momento, il Brent sembra essere trovato un livello di resistenza a 80 dollari. Quanto all’oro, la dinamica è differente. Il metallo giallo è un bene rifugio contro le tensioni internazionali. Una delle ragioni per cui lo si compra è per proteggersi dall’inflazione. E il boom del Brent, se anche fosse solo una fiammata, accresce i timori in tal senso.
Geopolitica nel caos
Quand’anche il petrolio globale restasse sufficientemente elevato e trasportabile da soddisfare la domanda, la guerra in Iran segna un netto peggioramento delle condizioni geopolitiche nell’intero pianeta. La paura è sempre più alta per quella che Papa Francesco definì qualche anno fa “una terza guerra mondiale a pezzi“.
Il mondo è in preda al caos. Dal Sud America all’Europa e passando per l’Asia sono ovunque tensioni, il cui impatto sui commerci globali sta diventando sempre meno sostenibile.
Petrolio e oro al test di una guerra in Iran non breve
La fuga dal rischio può continuare a spingere le quotazioni ben oltre i record fin qui segnati. Mentre scriviamo, un’oncia di oro si compra per 5.410 dollari e una di argento per circa 95,50 dollari. Il rapporto tra i due metalli è sceso a 56,60. Si era portato a 60 dopo il tonfo delle quotazioni seguito al raggiungimento dei massimi storici per entrambi a fine gennaio. Il petrolio, invece, è salito ai livelli più alti da quasi 14 mesi. Il presidente americano Donald Trump ha spiegato che la guerra contro l’Iran durerà “4 settimane”. E già viene meno lo scenario di un attacco lampo, come peraltro era ben chiaro sin dall’inizio.
giuseppe.timpone@investireoggi.it