Parliamoci chiaro: esiste uno spaccato del mondo dei contribuenti che, sul piano previdenziale, viene spesso percepito come penalizzato. Da un lato ci sono coloro che hanno iniziato a lavorare prima della riforma Dini, quindi in epoca retributiva; dall’altro, chi ha iniziato dopo. Questi ultimi presentano alcuni vantaggi dal punto di vista previdenziale, ma anche diversi svantaggi. Ed è proprio su questi ultimi che si concentra oggi l’attenzione.
Gli importi delle pensioni sono nettamente a sfavore dei contributivi puri
I contributivi puri possono accedere alla pensione di vecchiaia a 71 anni con soli 5 anni di contributi, possibilità che non esiste per i retributivi.
Possono inoltre andare in pensione anticipata a 64 anni con almeno 20 anni di versamenti, a condizione che l’importo sia pari ad almeno tre volte l’Assegno Sociale. Si tratta di vantaggi evidenti per chi ha iniziato a lavorare dopo il 1995.
Tuttavia, esistono anche svantaggi significativi, soprattutto in termini di importo della prestazione. Il sistema contributivo non guarda direttamente alle ultime retribuzioni, come accadeva nel sistema retributivo, ma esclusivamente ai contributi versati nel corso della carriera. Il montante contributivo viene prima rivalutato in base all’inflazione e poi moltiplicato per i coefficienti di trasformazione, determinando così l’assegno pensionistico.
Con il passare degli anni, il calcolo diventa progressivamente meno favorevole. I coefficienti di trasformazione, infatti, sono legati ai dati sull’aspettativa di vita: più cresce la vita media della popolazione, più i coefficienti si riducono, abbassando l’importo finale della pensione.
Mai più pensioni sotto 600 euro, ecco cos’è la pensione di garanzia
Il risultato è evidente: pensioni tendenzialmente più basse rispetto al passato.
Nel sistema contributivo, inoltre, non si applicano l’integrazione al trattamento minimo né le maggiorazioni sociali, strumenti che nel sistema misto o retributivo consentono di elevare gli assegni più bassi.
Non è corretto dire che le retribuzioni non contino più. Un lavoratore dipendente versa infatti il 33% della retribuzione come aliquota contributiva: più alto è lo stipendio, maggiore sarà il montante accumulato. Tuttavia, rispetto al passato, il legame diretto tra ultime retribuzioni e pensione si è attenuato sensibilmente.
Da qui il crescente timore, soprattutto tra i più giovani, di trovarsi un domani con assegni insufficienti. Per questo si parla sempre più spesso di una pensione di garanzia, una soglia minima che possa tutelare chi ha avuto carriere discontinue o retribuzioni basse.
In un caso la Corte Costituzionale ha anticipato i tempi
Molti chiedono ai legislatori di estendere anche ai contributivi puri l’integrazione al trattamento minimo. La platea dei contributivi è infatti in costante aumento, mentre diminuisce quella dei lavoratori con anzianità antecedente al 1996 e, ancor più, di coloro che potevano vantare almeno 18 anni di contributi prima di tale data, beneficiando così di una quota retributiva più ampia.
L’idea di una tutela minima per i contributivi si collega a un precedente importante. Con la sentenza n. 94 del 2025, la Corte Costituzionale ha stabilito che anche gli assegni ordinari di invalidità liquidati interamente con il sistema contributivo debbano poter beneficiare dell’integrazione al trattamento minimo, equiparandoli a quelli calcolati nel sistema misto.
L’INPS ha successivamente recepito questo orientamento.
Si tratta di un segnale che potrebbe aprire la strada a ulteriori interventi. Perché, in un mercato del lavoro caratterizzato da precarietà e carriere frammentate, il rischio di una nuova generazione di pensionati poveri non è più solo un’ipotesi teorica, ma una prospettiva concreta.
