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Prezzo del petrolio in calo: perché non è pace in Medio Oriente

Il prezzo del petrolio in calo non sarebbe un segnale di pace per il Medio Oriente, mentre USA e Iran trattano a Ginevra un accordo.
27 Febbraio 2026
Petrolio giù? Non segnale certo di pace in Medio Oriente
Petrolio giù? Non segnale certo di pace in Medio Oriente © Investireoggi.it

Ieri, le delegazioni di Stati Uniti e Iran si sono incontrate di nuovo a Ginevra, Svizzera, nel tentativo di trovare un accordo sul nucleare. Prima che iniziassero i colloqui, il presidente Masoud Pezeshkian aveva dichiarato che il suo Paese non punta ad avere il nucleare per scopi militari. Il nodo resta sempre l’arricchimento dell’uranio, processo che l’amministrazione Trump vuole interrompere prima che arrivi a un livello critico e consenta a Teheran di dotarsi di armi nucleari. Il prezzo del petrolio scendeva, con il Brent fin sotto i 70 dollari al barile. Un segnale di distensione nel Medio Oriente? Non è detto che il calo delle quotazioni capti proprio questo sentimento del mercato.

Connubio tra petrolio e Medio Oriente

Siamo abituati a ragionare secondo uno schema consolidato: prezzo del petrolio in rialzo, segnale di crisi geopolitica, in particolare nel Medio Oriente. Viceversa, quando va giù. Le cose per questa volta potrebbe andare al contrario. Temendo un attacco americano contro la Repubblica Islamica, le petromonarchie del Golfo stanno aumentando le esportazioni in queste settimane. L’Arabia Saudita le ha portate a 7 milioni di barili al giorno, gli Emirati Arabi Uniti a 3,5 milioni, rispettivamente ai massimi dal 2023 e di sempre. Lo stesso Iran segna una crescita del 50% rispetto alla media dei tre mesi precedenti a 2,2 milioni.

Timori per Stretto di Hormuz

Accadde qualcosa di simile nel giugno dello scorso anno, prima che Israele e USA colpissero Teheran. E poiché sauditi ed emiratini sono alleati sia di Washington che di Tel Aviv, questo aumento delle loro esportazioni non rassicura. Gli stati dell’area temono che l’Iran reagisca ad un attacco chiudendo lo Stretto di Hormuz, dal quale transita un quinto dei barili prodotti in tutto il mondo.

La minaccia del regime islamista è stata esplicita in tal senso, un modo per dissuadere i suoi nemici dal rischiare cattive conseguenze economiche.

Nuovo rischio inflazione?

L’aumento delle esportazioni non sta ancora portando a una chiara discesa dei prezzi. Anzi, il petrolio in queste settimane è risalito fino ai massimi dal luglio scorso. Ha prevalso proprio il timore di un conflitto nel Medio Oriente e possibilmente non breve. E dire che l’anno fosse iniziato con il greggio sotto i 60 dollari dopo la cattura di Nicolas Maduro a Caracas da parte dei militari americani. Un trend che rischia di far rialzare la testa all’inflazione, che negli ultimi mesi è stata in calo un po’ in tutte le grandi economie avanzate mondiali. E Trump vorrà scongiurare tale scenario, dovendo presentarsi alle elezioni di novembre per il rinnovo del Congresso almeno con prezzi sotto controllo. Ma il brutto delle guerre è che quando le inizi, non sai mai quanto durino.

giuseppe.timpone@investireoggi.it 

Giuseppe Timpone

In InvestireOggi.it dal 2011 cura le sezioni Economia e Obbligazioni. Laureato in Economia Politica, parla fluentemente tedesco, inglese e francese, con evidenti vantaggi per l'accesso alle fonti di stampa estera in modo veloce e diretto. Da sempre appassionato di economia, macroeconomia e finanza ha avviato da anni contatti per lo scambio di informazioni con economisti e traders in Italia e all’estero.
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