La visita del cancelliere Friedrich Merz in Cina, accolto dall’omologo Li Qiang, non è una ritualità. Il leader della prima economia europea sta cercando di rilanciare le relazioni diplomatiche e commerciali tra la Germania e il Dragone. Si è portato dietro la più nutrita delegazione dai tempi di Angela Merkel. E a sottolinearlo, quasi compiaciuta, è stata la stampa cinese. Tra gli ospiti arrivati a Pechino ci sono anche i rappresentanti dell’industria automobilistica tedesca, che da anni vivono tempi difficili tra produzione in calo, costi in aumento, chiusure di stabilimenti e licenziamenti massicci.
Cina rischio non calcolato per Germania
Ed è proprio l’industria automotive ad impensierire Merz. L’anno scorso, la Germania è tornata appena a crescere dopo due anni di Pil in calo.
Ma le auto esportate in Cina sono crollate di un terzo a un controvalore di 14 miliardi di euro, segnando un pesante -54% dal 2022. Viceversa, le auto elettriche cinesi immatricolate in Germania sono aumentate del 700%. La sola BYD ne ha vendute qui 23.000 unità. La bilancia commerciale parla chiaro: la Cina è diventato primo partner dei tedeschi con un interscambio salito sopra 250 miliardi di euro e scavalcando gli Stati Uniti.
Il guaio per Merz è che questa bilancia pende totalmente ad est: 81,8 miliardi di euro di esportazioni tedesche contro 170 miliardi di importazioni. Il saldo è un deficit di oltre 88 miliardi. E il problema ancora più grosso riguarda il trend. Se nell’era Merkel la Germania aveva scommesso sul mercato asiatico, deve fare i conti con un’evoluzione sempre più negativa: esportazioni salite in un decennio del 15% contro importazioni esplose dell’85%. Il disavanzo con la Cina è nel frattempo più che quadruplicato.
Dipendenza commerciale tedesca si aggrava
Gli industriali tedeschi dell’auto stanno cercando di porre rimedio all’aumento dei costi delocalizzando. Una soluzione che richiede il consenso del governo, che non a caso si è precipitato in Cina per cercare di rilanciare le relazioni dopo anni freddi. Le tensioni geopolitiche tra Occidente e Russia hanno coinvolto Pechino, principale alleato di Mosca. Il parziale ripensamento di Berlino sul Green Deal con Merz è dovuto proprio alla volontà di allentare la dipendenza dalle potenze straniere rivali. Un concetto che ha preso piede anche nei riguardi degli Stati Uniti di Donald Trump.
La visita sembra andare in direzione opposta alle promesse del cancelliere. In effetti, egli sente l’impellenza di ravvivare la stagnante economia tedesca. Per farlo, è disposto a trattare con chiunque. E la Cina è ben lieta che la Germania ci abbia ripensato, volendo segnalare al mondo che il suo futuro non dipende dalle mosse di Washington. Il rischio per Berlino consiste nell’aggravare la dipendenza commerciale verso il suo principale partner, cosa che avrebbe ripercussioni sulla sfera non solo economica, ma anche geopolitica europea.
Gli screzi con la Francia di Emmanuel Macron in questi mesi sono dovuti a questa diversa visione. La rinnovata Ostpolitik dei tedeschi cozza con il sovranismo europeista di Parigi. L’Eliseo chiede, ad esempio, di perseguire il principio del “Buy European”, avvantaggiando negli appalti le aziende fornitrici con sede nell’UE.
L’ostilità di Merz si spiega con la sua convinzione che solo mercati aperti possano sostenere l’industria europea votata alle esportazioni. Teme un innalzamento delle barriere anche non tariffarie in Asia, cosa che priverebbe la Germania del principale driver della crescita.
Merz tenta la carta cinese per recuperare consenso
La visita di Merz espone l’intera UE al rischio di rappresaglie americane, specie in questa fase di ridefinizione degli accordi commerciali a seguito della bocciatura dei dazi da parte della Corte Suprema USA. Il cancelliere allenterebbe la dipendenza da una superpotenza alleata per accrescerla nei confronti di un rivale sul piano geopolitico e commerciale. La Cina non sarà da qui ai prossimi decenni un vero mercato di sbocco per la Germania. Le esportazioni della prima sono destinate a superare costantemente le importazioni dalla seconda. La strategia di Pechino è chiara: sfruttare l’UE per vendere ai suoi consumatori sempre più auto elettriche, chip, IA, prodotti ad alto valore aggiunto e renderla dipendente. Merz sembra averlo capito, ma la ricerca di risultati (e consensi) immediati ne stanno deviando la linea inaugurata meno di un anno fa con l’arrivo alla cancelleria.
giuseppe.timpone@investireoggi.it